politica estera
nella Cina capital-comunista si rafforza il movimento per la difesa dei diritti dei lavoratori sfruttati
di Alberto Rosselli

"Il governo centrale cinese è ormai deciso a schiacciare con la forza le sempre più frequenti proteste operaie che da un anno a questa parte stanno agitando il più ricco e produttivo Paese asiatico". A riferire la notizia è Han Dongfang, fondatore del primo sindacato libero in Cina. Dopo avere trascorso anni di prigione per avere partecipato alle manifestazioni di Piazza Tiananmen, Dongfang è stato costretto ad emigrare negli Usa per poi fare ritorno ad Hong Kong dove, nonostante le continue vessazioni della polizia, è riuscito ad aprire il China Labour Bulletin, coraggioso giornale impegnato nella battaglia per la difesa dei diritti dei lavoratori cinesi. Han Dongfang è noto per avere avuto la temerarietà di fare luce sul crescente e diffusissimo malessere che sta lacerando il tessuto sociale del Paese e sull'attuale e reale situazione degli operai e dei contadini cinesi costretti a sottostare a massacranti turni lavorativi (con straordinari imposti e non pagati) in cambio di miserabili salari. "In seguito alla "ristrutturazione" di molte aziende - spiega Han Dongfang - gli stipendi degli operai si sono ulteriormente ridotti, soprattutto a fronte dell'elevato incremento di quelli spettanti ai dirigenti, quasi tutti burocrati o ex burocrati del Partito comunista". Dopo alcuni anni di paziente silenzio, i lavoratori, che in un primo tempo avevano creduto nella politica 'riformatrice' strombazzata da Pechino, hanno però deciso di fare sentire la loro voce scendendo in piazza. "Per il momento - sottolinea Dongfang - si tratta di un fenomeno spontaneo (al quale aderiscono decine di migliaia tra operai, contadini e impiegati) ed ancora molto disunito e disorganizzato. Ciononostante il wei quan, o Movimento per la Difesa dei Diritti, rappresenta già una spina nel fianco del governo di Pechino. La sua vera forza sta soprattutto nella sua 'apoliticità' e nel fatto che esso si concentra su questioni come la giustizia sociale. Motivo per cui - contrariamente a quanto avvenuto al Movimento per i Diritti umani, che Pechino ha emarginato - il wei quan è riuscito in questi ultimi anni non soltanto a sopravvivere, ma anche a rinforzarsi. Per di più, un buon numero di membri del movimento (avvocati per i diritti umani, accademici, sociologi, giornalisti investigativi ed anche alcuni deputati locali) hanno potuto incominciare a battersi per la difesa dei diritti civili. Molti gruppi aderenti al wei quan sembrano comunque intenzionati a trovare un dialogo con il governo centrale, che, a dire il vero, ha più volte sottolineato l'importanza che deve essere riservata alle questioni correlate alla giustizia sociale ed alla costruzione di una "società armonica". Una società dove, tuttavia, la violenta repressione poliziesca nei confronti di operai, sindacalisti e intellettuali, l'esistenza di centinaia campi di lavoro coatto, e l'utilizzo di 'schiavi' (soprattutto detenuti 'politici') in moltissime fabbriche e 'comuni agricole' rappresentano una realtà sconcertante e drammatica oltre che contraddittoria di fronte alla quale l'Europa e il mondo non sembrano, almeno per il momento, scandalizzarsi più di tanto e manco meno fare pressioni su Pechino affinché il governo avvii un programma di reale democraticizzazione del Paese. Non molto tempo fa, a Taishi (Guangdong), la polizia e gruppi di 'miliziani' hanno bastonato selvaggiamente i partecipanti ad una manifestazione di protesta contro le 'ripetute violazioni dei diritti umani', e la stessa cosa è avvenuta a Chengdu ed a Xian dove gruppi di lavoratori che chiedevano stipendi arretrati sono stati malmenati ed arrestati. Non solo. L'anno scorso, a Pechino, l'avvocato Gao Zhisheng, uomo impegnato in prima fila nella lotta per i diritti umani, è stato oggetto di un attentato, e a Dingzhou (provincia dell'Hubei), trecento 'miliziani' assoltati dall'a polizia hanno attaccato un gruppo di agricoltori che chiedevano il giusto risarcimento per la terra che era stata loro confiscata, uccidendone sei. Una Corte di giustizia ha più tardi scoperto che l'attacco era stato ordinato dal segretario del Partito comunista locale. Come riporta il noto ed attendibile periodico telematico Asia News, "nonostante le molte promesse di 'normalizzazione', l'obiettivo delle autorità è quello di costringere gli attivisti delle associazioni per la difesa dei diritti civili a tacere, pena l'arresto, la reclusione nei famigerati laogai (i campi di lavoro coatto) o addirittura la morte". La recente costituzione, da parte degli enti governativi, delle bande armate 'miliziane' (formate talvolta da delinquenti comuni scarcerati) è purtroppo il segnale inequivocabile di un aggravamento della situazione. Ragione per cui, le ripetute promesse di libertà fatte dal governo di Pechino assumo il sapore non soltanto del falso, ma anche della beffa. "L'unica risposta credibile - ha dichiarato Han Dongfang - che le autorità potrebbero dare - se esse come dicono sono veramente intenzionate a cambiare rotta per avviare il 'processo di distensione sociale' - sarebbe quella di sospendere immediatamente ogni manifestazione repressiva, consentendo al popolo cinese di ottenere quei basilari diritti che attualmente, in un modo o nell'altro vengono ad esso negati".