politica estera
il cambio della guardia
di Alessandro Ceravolo

Lo scorso 26 settembre Tony Blair ha pronunciato il suo ultimo discorso al congresso del partito in qualità di primo ministro: il premier ha inutilmente invitato i partecipanti ad interrompere le discussioni sul candidato alla sua successione, provando a mettere in risalto gli autentici obiettivi della conferenza annuale. Elencando i risultati ottenuti nel decennio in cui è stato in carica, ha esortato i membri del partito a rimanere uniti per affrontare grandi problemi globali come il surriscaldamento climatico, il crimine organizzato e il terrorismo, le vere chiavi di volta per assicurarsi la quarta vittoria elettorale consecutiva; il Partito Laburista dovrà, inoltre, prima delle presidenziali del 2009, superare l'ardua sfida delle amministrative del maggio prossimo.

Nonostante gli inviti del primo ministro, l'avvicendamento alla guida dei Labour appare necessario: la popolarità di Blair nel paese è scesa notevolmente per le riforme liberali dei servizi pubblici, per le politiche per il Medioriente ma soprattutto per la sua posizione a favore della guerra in Iraq guidata dagli Stati Uniti: "A volte è difficile essere il più stretto alleato di Bush" ha candidamente ammesso il leader britannico "Anche l'Europa può essere un rompicapo politico per una nazione sovrana e fiera come la Gran Bretagna. Ma, in verità, non c'è nulla di ciò che desideriamo che possa essere risolto senza l'America o l'Europa".

Le inevitabili strategie di una politica estera obbligata hanno spesso causato la sconfitta delle forze di governo; altrettanto inevitabilmente i potenti che sono subentrati, pur inneggiando a stravolgimenti radicali, obbligati dalla situazione internazionale, sono stati costretti a confermare le scelte dei loro predecessori. Così accadrà anche in Gran Bretagna.

Gordon Brown, ex ministro delle finanze, rampante volto nuovo del partito Laburista, assai smanioso di voler subentrare all'attuale premier, si è presentato al congresso come "il successore naturale di Tony Blair", sfidando in maniera diretta David Cameron e i suoi Conservatori. Pur lodando "L'enorme contributo nazionale ed internazionale" e gli insegnamenti che Tony Blair gli ha offerto, il "ministro ribelle" ha saldamente annunciato che su molti argomenti è giunto il momento "di cambiare rotta".

Il discorso si è smussato, diventando immediatamente più pacato, non appena è stato toccato l'ambito della politica estera: "La guerra in Iraq non è stata un errore, ma si poteva fare meglio" sostiene Brown, assicurando una linea politica simile a quella assunta da Blair. "Dopo la caduta di Saddam Hussein abbiamo commesso numerosi errori ma ritengo comunque che la gente debba capire una cosa: dall'11 settembre il mondo è cambiato. Credo che i valori americani e quelli britannici, i valori che condividiamo per libertà, democratica e giustizia, sono i valori della maggior parte della popolazione mondiale. E noi costruiamo sia la politica interna che quella estera su questi principi". Insomma, niente di nuovo sotto il sole.

Dal canto suo Blair ha dimostrato per l'ennesima volta il suo equilibrio e il suo tipico humour inglese scherzando sulla gaffe della moglie Cherie – che avrebbe definito Brown un bugiardo – e affermando simpaticamente "Almeno, non devo preoccuparmi che scappi con quello della porta accanto" alludendo al recente trasloco del suo rivale in una vicina abitazione di Downing Street.

Il lento ma inesorabile declino della classe politica. Come già successo in altri paesi, anche i Laburisti inglesi si troveranno a dover sostenere per i prossimi 10 anni un nuovo leader meno competente, meno elegante e meno simpatico del precedente ma ugualmente asservito alle insuperabili leggi del mercato e della politica sopranazionale; come direbbe Shakespeare, "Molto rumore per nulla".