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l'irrisolto ed esplosivo contenzioso delle isole Spratly
di Alberto Rosselli

L’esplodere (è notizia di pochi giorni fa) di un grave contenzioso tra Cina e Giappone per lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi e di gas presenti sotto i fondali del Mar Cinese Centrale riporta all’attualità una questione ormai vecchia di decenni e mai risolta

Più di metà del traffico mondiale delle petroliere e delle portacontainer transita attraverso il Mare Cinese Meridionale, i cui fondali racchiudono le più grandi risorse di oro nero e di gas del Far East. E non a caso proprio per quest’ultima ragione le acque e le numerose piccole isole di questo bacino sono al centro di un’aspra disputa tra i paesi che vi si affacciano: Filippine, Taiwan, Cina, Vietnam e Malaysia. Il Mare Cinese Meridionale è costellato da oltre 200 tra isolette e scogli, la maggior parte dei quali sono concentrati a nord negli arcipelaghi delle Paracelso e a sud in quello delle Spratly, la cui superficie complessiva non raggiunge le tre miglia quadrate, ma il cui possesso potrebbe garantire la quasi totale autonomia in quanto a fonti energetiche tradizionali. Nell’arco di circa 30 anni i paesi di cui si è detto si sono più volte scontrati, anche con le armi, per acquisire posizioni di vantaggio in una gara senza esclusione di colpi che, per il momento, vede la Cina avvantaggiata. Nel 1976, approfittando dell’invasione della Cambogia di Pol Pot (regime appoggiato da Pechino) da parte delle forze della neonata Repubblica Socialista del Vietnam (filosovietica), la Cina occupò le Isole Paracelso, provocando un incidente poco noto ma tale da portare i due paesi ad un passo dalla guerra. Nel 1988, unità navali cinesi e vietnamite si scontrarono nei pressi del Johnson Reef, nell’arcipelago delle Spratly, anch’esso rivendicato da Pechino in quanto facente parte un tempo dell’Impero Celeste. L’incidente di Johnson Reef causò la morte di oltre 70 marinai vietnamiti e cinesi, ma in Occidente non fece molto scalpore. L’impegno militare statunitense nel Sud-Est asiatico si era concluso da poco e in maniera talmente umiliante da indurre Washington ad astenersi dall’intervenire. Contestualmente, anche l’Onu non seppe o non volle mettere il naso nella diatriba che di fatto vedeva dietro le quinte la nuova contrapposizione tra due pericolosi e aggressivi soggetti: l’Unione Sovietica (a sostegno del Vietnam) e la Cina. L’Indonesia, paese escluso dalla contesa per il possesso delle Paracelso e delle Spratly, si offrì allora quale mediatore per la risoluzione del complicato contenzioso che vedeva coinvolti anche Taiwan, Filippine e la Malaysia. Il governo di Giacarta cercò di invitare tutti i paesi per discutere la questione in seno all’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations), addivenendo per vie diplomatiche ad un vero e proprio arbitrato che avrebbe garantito ai partecipanti equità di valutazioni e soluzioni. Va però detto che all’ASEAN avevano precedentemente aderito tutte le nazioni affacciate sul Mar Cinese Meridionale, ma non la Cina e Taiwan: Non facendo parte dell’alleanza, Pechino e Taipei non ebbero quindi difficoltà nel respingere qualsiasi risoluzione che di fatto non le avesse viste protagoniste. Dopo una lunga serie di insuccessi, nel 1990 l’Indonesia riuscì a riunire a Giacarta i ministri degli Esteri dei paesi interessati al ‘contenzioso Spratly’, ma il meeting non sortì tuttavia alcun risultato pratico. Nel tardo novembre 1999, il governo di Manila, che nel frattempo si era scontrato con quello di Pechino per alcuni isolotti dell’arcipelago, lanciò un appello affinché tutte le nazioni aderenti all’ASEAN assumessero una posizione comune contro l’evidente politica espansionistica di Pechino in direzione delle Spratly, iniziativa che venne accolta non soltanto dal Vietnam già defraudato delle Paracelso, ma anche da Taiwan. In effetti, pochi mesi prima, il politburo di Pechino aveva rivendicato non soltanto il possesso definitivo delle Paracelso ma anche il “controllo” dell’intero Mare della Cina Meridionale: proclama che nascondeva il chiaro scopo di accorpare anche le Spratly, nelle cui acque erano stato eseguite (grazie alla cooperazione di ditte specializzate statunitensi) nuove e riuscite trivellazioni esplorative che avevano portato alla scoperta di enormi giacimenti di petrolio e gas naturale. Attualmente, le Spratly sono reclamate dalla Cina, dal Vietnam, dalle Filippine e da Taiwan, mentre la Malesia avanza pretese soltanto su una parte della piattaforma continentale sottostante l’area parte più meridionale della catena. Le Spratly giacciono in una zona di mare poco profonda e un tempo nota per la sua pescosità. Già a metà degli anni Cinquanta, il governo filippino esercitò le sue prime richieste su molte di queste isole che nel 1968 arrivò ad occupare con le sue truppe, suscitando le ire di Pechino. Nel 1978, il presidente Marcos dichiarò che la quasi totalità delle Spratly risultava, sotto il profilo geografico, parte integrante della provincia insulare di Palawan. Con il preciso scopo di battere sul tempo la Cina (e le Filippine), nella primavera del 1976 unità navali della Repubblica Socialista vietnamita si impadronirono di alcuni scogli dell’arcipelago precedentemente soggetti alla potestà del governo del Vietnam del Sud. E due anni più tardi, i governi di Ho Chi Minh City e di Manila furono costretti ad avviare un negoziato per la spartizione degli isolotti contestati, avendo però cura di tagliare fuori Pechino. Ad aprire uno spiraglio per un’intesa cino-vietnamita fu, nel 1989, l’annuncio da parte del Vietnam del ritiro delle sue truppe dalla Cambogia: iniziativa che calmò almeno momentaneamente le acque, consentendo ai due contendenti di iniziare a ragionare sul da farsi. Verso la metà del 1991, dopo avere portato a compimento la difficile mediazione tra Vietnam e Cina per la Cambogia, l’Indonesia tentò di riaprire i negoziati multilaterali sulla questione Spratly. Nella fattispecie, il nuovo arbitrato doveva riguardare la spartizione dei giacimenti sottomarini di gas e petrolio e il libero transito navale attraverso il Mare Cinese Meridionale. Tuttavia, nel 1992, il Vietnam accusò la Cina di effettuare illegali perforazioni petrolifere nelle sue acque nazionali (Golfo del Tonchino) e di avere sbarcato truppe sull’atollo Da Luc. Effettivamente, tra il giugno e il settembre dello stesso anno, la Cina aveva ripreso, in barba ai negoziati in corso, la sua politica espansionistica nel Mar della Cina Meridionale, occupando atolli, bloccando 20 navi mercantili vietnamite provenienti da Hong Kong e dando incarico alla società statunitense Crestone di effettuare trivellazioni in un area che il Vietnam riteneva sua in quanto situata oltre 600 miglia a sud dell’Isola cinese di Hainan. Da qui tutta una serie di pericolosi ed incrociati scontri a catena. Nel 1994, unità cinesi e vietnamite hanno ingaggiato battaglia con morti e feriti e l’anno seguente, dopo che la Cina ha occupato Mischief Reef (isola rivendicata dalle Filippine), il governo di Manila ha riconquistato, nel mese di marzo, l’atollo: manovra che nel gennaio 1996 ha portato allo scontro dell’Isola Campones, nel corso del quale tre navi cinesi hanno gravemente danneggiato una motovedetta filippina. Nel aprile 1997, la marina di Manila ha allontanato a colpi di mitraglia una motovedetta e due pescherecci cinesi dalla secca di Scarborough e per tutta risposta la Cina ha inviato tre navi da guerra a sorvegliare le isole filippine di Panata e Kota. Nel frattempo, con l’intento di ripagare i cinesi con la stessa moneta, il governo vietnamita ha siglato un accordo con la società statunitense Conoco per effettuare trivellazioni nelle aree contese con Pechino. Iniziativa quest’ultima che ha spinto la Cina a trivellare l’area denominata Kantan-3, situata al largo della città vietnamita di Da Nang. E’ da notare, infine, che tra il 1995 e il 1998, la marina vietnamita ha effettuato cannoneggiamenti anche ai danni di unità taiwanesi e filippine sorprese a perlustrare alcune zone calde del Mare Cinese Meridionale. Sulla scorta di queste drammatiche vicende, risulta più che mai evidente quanto la spinosa e (stranamente) poco pubblicizzata contesa delle Spraltly si stia facendo sempre più esplosiva e foriera di possibili drammatici contraccolpi per l’intero Sud Est Asiatico, con gravi rischi per la navigazione internazionale.