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pronti ad entrare nell'era del "taxing fat"
di Paolo Carotenuto

Strategie discutibili per contenere il fenomeno "gl-obesità"

Si moltiplicano sempre più gli studi che trattano il tema della "gl-obesità", ripresi con grande solerzia da telegiornali e magazine di vario genere pronti ad enfatizzare le dimensioni del problema proponendolo come uno dei più devastanti per la salute degli individui e delle casse statali. Praticamente tutti i governi dei paesi più sviluppati hanno predisposto piani per fronteggiare la calamità con gli strumenti più vari, alcuni dei quali destinati a colpire economicamente e socialmente gli stili di vita meno salutari. Il che potrebbe avere anche un senso se solo lo Stato non si accollasse l'impegno di sostenere i cittadini nelle cure sanitarie in cambio di una iper tassazione sui redditi delle famiglie. Invece lo Stato tutelare vuole mantenere inalterato il suo ruolo protettivo e in barba al rispetto delle libertà degli individui intende imporre comportamenti e consumi in base al proprio disegno per il raggiungimento del benessere collettivo.

Sono ormai evidenti i risvolti che la diffusione dell'obesità nei paesi sviluppati ha sull'industria alimentare. In una rivista specializzata del settore alimentare (Food Processing, luglio 2003) è apparso un lungo articolo dal titolo "Taxing Fat" che auspica un qualcosa che negli USA è divenuto realtà negli ultimi anni: in ben 17 stati americani è stata introdotta recentemente una tassa dell'1% sui prodotti ad alto contenuto di grasso, zucchero e carboidrati. La tassa, che viene applicata sul prezzo di vendita, colpisce soft drink, patatine fritte, barrette dolci e prodotti simili.

Questa tassa viene criticata sia in termini scientifici che pratici, visto che essa non suggerisce al consumatore come comportarsi in forma educativa, ma insiste nella logica folle di dividere gli alimenti buoni da quelli cattivi, criminalizzando in ordine sparso alcuni consumi e non affrontando il problema del sovrappeso nella giusta misura, che non può essere affrontato riconducendolo al troppo grasso o al troppo zucchero, ma alle troppe calorie.

Negli USA, paese dove il problema è più evidente e dove si dispone anche del maggior numero di dati che lo analizzano, negli ultimi 10 anni l'intero sistema agroalimentare ha accresciuto significativamente il totale delle calorie messe a disposizione per ogni singolo cittadino (mille in più in media per ogni cittadino secondo uno studio dell'USDA). Se a questo si associa il dato sull'attività fisica, che è diminuita del 50% durante lo stesso periodo di tempo (dati forniti dalla National Food Processors Association), il boom dell'obesità è presto spiegata come uno di quei fenomeni figli di troppo "benessere" senza una corrispondente crescita della coscienza civile e delle conoscenze nutritive da parte della popolazione.

A prescindere dalla reale rispondenza alla realtà di questi dati (non sarebbe il primo caso di indagini statistiche lacunose con risultati scientificamente contestabili), risulta evidente che sono aumentate negli anni le occasioni di consumo, con la globalizzazione dell'offerta che rende disponibile una crescente varietà di prodotti ed un crescente incentivo al consumo (l'industria ha alle spalle decenni di tecniche promozionali e pubblicitarie che hanno mutato le abitudini alimentari nei paesi più sviluppati). A questo punto è doveroso chiedersi come affrontare il problema, quali misure intraprendere per stimolare i cittadini ad un consumo più responsabile e ad una crescita sana. La strada imboccata dai principali governi dei paesi più sviluppati è quella più incomprensibile e inaccettabile, volendo con tassazioni e divieti imporre nuovi stili di vita, ritenendo che questo sia il percorso più ragionevole per infondere una cultura alimentare radicalmente diversa. Così l'Italia si segnala per la proposta del ministro Sirchia di assegnare ai ristoranti un fantomatico bollino blu, sinonimo di porzioni dimezzate per la gioia dei clienti. Difficile immaginare che questi locali possano riempirsi nel tempo, con l'effetto di mutare si le abitudini alimentari, ma semplicemente perché si preferirà organizzare cene a casa piuttosto che in locali che si fanno pagare un servizio dimezzato.

Del resto questa logica di operare è figlia di un processo in atto da molti anni, sostenuto da industrie nate per "risolvere problemi" (con l'obbligo di crearli prima) e organizzazioni che hanno portato alla diffusione di una marea di nuovi prodotti che promettono miracolosi effetti contro l'obesità ed alla diffusione del distorto concetto che la ragione di un proprio stile alimentare sbagliato è da attribuire a chi quelle tentazioni le crea, ovvero produttori di certi tipi di alimenti, fast food e simili. La moltiplicazione delle "class action", cioè delle azioni penali contro produttori e distributori di alimenti considerati ad elevato contenuto di grasso e zuccheri, è il segno che la follia ha ormai contagiato anche questo ambito, con una schiera di specialisti legali pronti a tuffarsi nel proficuo business delle cause legali contro i colossi della produzione alimentare così come avvenuto già nel tabacco. Addirittura nel Massachussettes alcuni mesi fa si è tenuta la prima conferenza con la partecipazione di esperti legali e nutrizionisti, per esplorare come utilizzare al meglio l'azione legale per affrontare il problema dell'obesità. Il concetto che aggrega questi operatori è che gli alimenti prodotti e offerti al consumatore sono la causa del problema epidemiologico che produrrà molte più vittime delle sigarette.

In sostanza con la stessa lucida follia che ha spinto decine di organizzazioni a muovere clamorose ed esose azioni legali contro le multinazionali del tabacco, colpevoli di aver offerto un prodotto che danneggia la salute dei consumatori, Mc Donald's e figli saranno chiamati a difendersi nei tribunali dall'accusa di essere responsabili delle abitudini alimentari sbagliate dei cittadini.

Ma a questo punto, in un raro momento di ragionevolezza, dovremmo chiederci come da un punto di vista scientifico un ristorante o un'industria possa essere responsabile della assenza di educazione alimentare, della mancanza di attività fisica, della predisposizione genetica ad ingrassare e ad essere colpiti da alcune malattie. Piuttosto i governi dovrebbero preoccuparsi di creare una seria cultura alimentare ed educare i cittadini, tutelandoli dal bombardamento di informazioni infondate e di dubbio valore divulgativo che piovono senza controllo dai media, sostenuti da aziende interessate al business piuttosto che al benessere della collettività. A testimonianza di questa "confusione indotta" ad arte, il susseguirsi di differenti teorie ed approcci nutrizionali da parte di esperti. I nutrizionisti, infatti, continuano a brancolare nel buio ed ognuno propone la propria ricetta scientifica. Negli anni '80 si diffuse la convinzione che l'obesità si sarebbe potuta sconfiggere con un alto consumo di carboidrati ed una riduzione dei grassi. Ma dopo il boom dei prodotti light senza grasso e zuccheri e visti gli scarsi risultati prodotti, si è imposta una nuova teoria che prevede l'adozione di prodotti con un basso contenuto di carboidrati abbinato ad un limitato aumento di proteine. Così si stanno imponendo sul mercato una nuova categoria di alimenti cosiddetti low-carb con l'illusione di poter sconfiggere il male del secolo. Ma ancora una volta si ha il dubbio che non sia questa la strada giusta per un futuro più "leggero".

(per gentile concessione di Legno Storto)