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"Riformisti a Napoli nel Settecento"

La storia del Regno di Napoli ha avuto nel corso dei secoli delle caratteristiche proprie, che ne hanno fatto forse il più travagliato degli Stati italiani. Le dominazioni che si erano succedute al suo governo avevano lasciato dei solchi profondi in tutti i campi del vivere sociale: nell’amministrazione, nell’economia, nella legislazione, nel costume del paese. Ancora nel secolo XVIII l’eredità delle precedenti dominazioni faceva sentire il suo peso su tutto lo Stato, il quale, dal punto di vista giuridico, si risolveva nel concorso e nella complicata reciproca influenza di norme di varie provenienze, di privilegi, usi e abusi esprimenti, come ha scritto Raffaele Ajello, “al di là dell’ordine apparente, un complesso di tensioni politiche in equilibrio, di interessi pragmaticamente affermati, di contrappesi non meno informalmente realizzati in un plurisecolare processo di adattamento”. L’avvento di Carlo di Borbone nel 1734 apportò una nuova atmosfera di libertà e di serenità, dovuta alla riconquistata indipendenza, sia pure alquanto apparente, che pervase tutto il Napoletano: comprensibilmente questa nuova realtà si rifletté sulla cultura del tempo, la quale non poteva fare a meno di subire il condizionamento della vita sociale, essendone in ogni tempo la rappresentante esteriore più veritiera e rivelatrice.

Dunque, se da una parte Antonio Genovesi, nella prefazione agli Elementi della metafisica, lamentava la “mancanza di libertà di filosofare in Italia e la fissità della tradizione aristotelica e scolastica” , dall’altra, con l’avvento appunto di Carlo di Borbone, con il quale “si cominciò ad abbattere qualsiasi privilegio di persone e restringere in angusti limiti le facoltà e la giurisdizione degli ecclesiastici e dei feudatari”, il Regno di Napoli aprì le porte e diede ospitalità, primo fra tutti gli Stati italiani, alle idee che si agitavano in tutt’Europa nella seconda metà del secolo XVIII. Erano le idee che in Francia si affermavano nei primi volumi dell’Enciclopedia, che si erano già diffuse in Inghilterra e in Olanda: erano le idee del liberismo economico, del “laissez-faire di J. C. M. Vincent de Gournay”, del mercantilismo manifatturiero e commerciale che si accompagnava ad una libertà sempre più ampia in materia di prodotti agricoli e alla crescente volontà di spezzare all’interno d’ogni paese i vecchi vincoli di casta, gli antichi privilegi e pedaggi, tanto nobiliari che ecclesiastici.

Erano dunque le idee illuministiche che si svilupparono soprattutto in Francia. Napoli le accolse, ma non supinamente, anzi sottoponendole ad attenta critica e discussione. Nel 1751, per conto dell’editore De Simone e a cura di Giuseppe Maria Mecatti e del Genovesi, si pubblicava la prima edizione italiana dell’Esprit des lois di Montesquieu. Va detto però che il pensiero illuministico, una volta accolto in Italia, e a Napoli in particolare, viene ad assumere delle sfumature e delle particolarità che, senza ovviamente scardinarne i presupposti e trasformarlo quindi in qualche cosa di nuovo, concorrono certamente a conferirgli un volto diverso. Particolarità che non solo influenzano e condizionano la “scienza giuridica”, ma aiutano a decifrarne interessi, problemi ed atteggiamenti per così dire più realistici.

Il fatto comunque di principale importanza che sembra essere emerso e che decisamente si presenta come la novità più interessante del Settecento italiano, è che – sono parole di Franco Venturi - “la cultura, pur rimanendo sempre legata ai temi e ai problemi da cui riceve continuo impulso, si affaccia alla cultura d’oltre Alpe, desiderosa di ampliare il suo orizzonte, di accogliere i nuovi fermenti di idee, non solo, ma di apportarvi il suo particolare contributo”. Questa partecipazione al movimento europeo si verificò soprattutto verso la metà del secolo XVIII, e con frutti più notevoli, nella sua seconda metà: fu solo allora che la cultura italiana, compresa quella napoletana, costituì fattore non meramente ricettivo, ma operante e attivo, riconquistando posizioni importanti negli studi politici, economici e giuridici.

All’illuminismo giuridico nel Settecento a Napoli, allora tra le più importanti e riconosciute capitali europee, che è stato dunque un grande movimento riformatore che ha lottato contro i privilegi feudali, gli abusi del clero e l’intoccabilità del diritto romano, ponendo le basi per una moderna codificazione delle leggi e la tutela dei diritti umani, è dedicato l’ultimo libro di Michele De Luca (Illuminismo giuridico a Napoli, edito da Hammerle di Trieste), che questa volta, a sorpresa, ci porta in un campo culturale che di lui non conoscevamo, lontano – se si vuole – dalla fotografia, dalla critica d’arte, e anche della poesia e della satira; nel territorio certamente più arduo e impegnativo della filosofia del diritto.

Il libro si concentra su alcuni aspetti della scienza giuridica partenopea, e in particolare sulla sua originalità, sull’anti-romanesimo e la polemica con Ludovico Antonio Muratori, la legislazione universale, la riforma del processo penale, il rapporto tra il giudice e il legislatore, il problema dell’interpretazione giudiziale. La scuola giuridica napoletana fu un eccezionale centro di rinnovamento del pensiero giuridico, politico ed economico, fortemente legato all’Illuminismo le cui caratteristiche principali furono la critica del diritto feudale, l’opposizione al caos normativo e all’oscurità delle leggi vigenti. Fondamentale fu poi la sua apertura europea dialogando con le principali correnti filosofiche e giuridiche del continente, pur scontrandosi con la censura e il controllo politico del tempo. Il libro è corredato da cenni biografici sui protagonisti principalmente trattati, come Giuseppe Pasquale Cirillo, Melchiorre Delfico, Gaetano Filangieri, Giuseppe Maria Galanti, Antonio Genovesi, Francesco Mario Pagano, Francesco Rapolla, provenienti anche da provincie lontane del Regno, a testimoniare quanto sentito e diffuso sul territorio fosse quest’ansia di cambiamento e di riforme, che sfociò nella Rivoluzione del 1799. La lettura, o più precisamente, lo studio e lo stimolo di questa brillante, chiara, appassionata e appassionante “fatica”, godibile per la sua agile scrittura e dotta ideazione, ha il merito di rivolgersi anche al pubblico dei “non addetti”. Come ha scritto Paolo Protopapa nella sua prefazione, “avere la ventura di imbattersi in un saggio come il lavoro di Michele De Luca non è cosa di ogni giorno. È sorpresa ed esperienza rara. Non solo per il suo contenuto tematico, sia storico sia specifico e particolare, ma soprattutto perché denso di attualità. Nonostante la distanza cronologica, che sembrerebbe consegnarlo irrimediabilmente al passato”. Vale a dire che le tematiche e le problematiche che “agitavano”, il mondo giuridico e politico di tre secoli fa sono quelle tuttora al centro del dibattito nel nostro paese; e non solo.
Giulio D’Aquino

articolo pubblicato il: 15/09/2026