arte e mostre
la naturale coerenza
di Michele De Luca

Sul quotidiano “Bresciaoggi”, il giorno dopo la scomparsa del maestro Lucianio Cottini (Brescia, 1932), avvenuta il 25 aprile di quest’anno a Calvisano, il critico d’arte Mauro Corradini scriveva tra l’altro: “ Un mondo, quello di Luciano Cottini, che prende spunto dal suo ambiente contadino, ma appare assai più – e assai più possente dal punto di vista poetico -, attraverso la scelta di immagini, semplificate, povere, quasi dimenticate; ‘cose’ abbandonate, inutili all’uomo; ‘cose’ trascritte da una pittura che sembra voler dimensionare questa trascuratezza; oggetti e luoghi raffigurati attraverso l’uso di colori acidi con cui l’artista descrive le sue disadorne ‘nature morte’, con colori spenti nel dipingere paesaggi, che in virtù della cercata raffigurazione appaiono desolati, come le terre di Eliot, che ‘confondono memoria e desiderio’. La grafia di Cottini appare trattenuta su segni leggeri, introspettivi, una grafia legata ad una evocazione figurativa, scabra, quale si rivela tanto nelle tele quanto nelle incisioni, dove Luciano ha lasciato una traccia singolare che ben meriterebbe, da parte dei conservatori della voce che si fa poesia, una riflessione complessiva e rimeditata, una raccolta che diverrebbe traccia non solo personalissima, ma quasi unica nella storia bresciana.

Per ricordare l’amico Luciano Cottini, la Galleria “Arianna Sartori” do Mantova presenta in suo onore una importante mostra di opere su carta curata da Adalberto Sartori. La storia della collaborazione artistico-culturale, dell’amicizia e della reciproca stima tra Adalberto Sartori e Luciano Cottini inizia nel 1991. Lo stesso anno Adalberto gli dedica un’ampia recensione della sua attività artistica, sul numero di aprile del mensile d’arte e cultura “ARCHIVIO”; da allora si sono susseguite molte importanti collaborazioni sia in campo editoriale (cataloghi, monografie, e tirature di acqueforti) che in campo espositivo (mostre personali, collettive e rassegne). In mostra sono esposti dodici disegni eseguiti tra il 1969 ed il 1970, tutti realizzati a carboncino e di grande formato, inoltre un raro “Autoritratto” (tecnica mista su cartoncino) eseguito appositamente su invito di Adalberto Sartori nel 2003, per la rassegna “Autoritratto… con modella”.

“Intellettuale raffinato e disegnatore completo –come ha scritto Maria Gabriella Savoia in una sua bella testimonianza tratta dal catalogo “Luciano Cottini. Disegni 1968-1971”, Arianna Sartori Editore, 2008 - Cottini è capace di dare vita ad un mondo ricco di personaggi in genere legati alla sua terra e al mondo agreste, ma in questo caso, la tematica delle problematiche sociali ha coinvolto i personaggi metropolitani, ripresi nelle situazioni tra le più varie.

Negli anni di cui sopra Luciano aveva già esposto alle importanti rassegne artistiche di Roma, Venezia, Mosca, ed aveva già ottenuto importanti consensi critici. Aveva già conosciuto il critico Testori che in lui ravvisava la mano di un discendente dei realisti ed espressionisti lombardi; Testori, per la mostra del ’68, alla Piccola Galleria di Brescia, riconosceva in lui “…un erede di Romanino, capace con la sua violenza dialettale di dare vita a un mondo campagnolo, materico e allucinato…”. È stato, questo, un pezzo importante, che ha costituito il punto d’avvio del discorso sul pittore di Calvisano che altri critici hanno proseguito: da Oreste Marini a Elvira Cassa Salvi, da Roberto Tassi a Giorgio Cusatelli, da Giuseppe Tonna a Vanni Scheiwiller, da Elda Fezzi ad Aurora Scotti, da Franco Loi a Stefano Crespi, padre Turoldo, Franco Sciardelli, Mario De Micheli, Federico Zeri, Raffaele De Grada”…

E ancora: “I disegni di Cottini palesano un certo gusto nordico, caratterizzato da una satira acre e logorante e, proprio questa loro esclusiva caratteristica che con il tempo è diventata peculiarità, sono assolutamente riconoscibili. Trattasi per la quasi totalità dei fogli di una serie di figure, molto spesso ragazze, donne attonite, sconvolte e disperate, che vivono in una dimensione atemporale, colte nelle situazioni di routiniera quotidianità, con particolari inquadrature… Con i disegni, caratterizzati da un’infinita serie di brevi e veloci segni volutamente intricati, realizzati con il carboncino che torto e ritorto tra le dita rilascia un segno più o meno spesso, ma nero, sempre freddo, crudo, così caratteristico e personale, Cottini, attraverso l’uso del deforme e dello sgraziato, trasferisce drammaticità al raffigurato, denuncia e partecipazione al dolore umano; non vuole raffigurare i lineamenti, non vuole eseguire ritratti bensì fissare la drammaticità, la precarietà e la provvisorietà della vita”.

La sua pittura segue il solco della più genuina tradizione pittorica lombarda, quella “nutrita dalla lucida e rispettosa aderenza al vero del Ceruti e arricchita dalla tensione allucinata e creativa del genovese Magnasco” (A. Scotti), crescendo via via con apporti linguistici e stilistici a lui più vicini e contemporanei, originalmente elaborati, tra espressionismo e forti pulsioni neoespressionistiche. Le invenzioni cromatiche con cui connota le sue figure, con frequente e appassionato richiamo ad un universo sociale, culturale e artistico contadino, “dato a larghe pennellate riassuntive – scrive ancora la Scotti – delinea volti angosciati, sguardi attoniti, braccia e arti deformati per urgenza espressiva, sottolineati da frantumati e spezzati contorni, segni-colore più che disegno”.

articolo pubblicato il: 30/04/2021