opinioni e commenti
in margine al recente conflitto
di Piero Pastoretto

Desidero innanzitutto far sapere ai pochi lettori che hanno avuto la pazienza di seguirmi, che sono uno dei soci fondatori della Società di Cultura e Storia Militare (www.arsmilitaris.org), ma non per questo mi sento un bellicista. Ritengo invece che se si vuole combattere un fenomeno (e chi può essere mai tanto idiota da dichiararsi favorevole ad una guerra?) non basta ricoprirlo di improperi senza 'se' e senza 'ma', ma conoscere innanzitutto il nemico che si vuole eliminare; e sotto questo aspetto ho la presunzione di sentirmi ben più preparato di molti pacifisti.

Confesso inoltre di non aver approvato l'attuale conflitto neppure come ultima ratio dopo un decennio di inutili trattative con il regime di Saddam, poiché non mi garbano le guerre preventive; e di non essere neppure d'accordo con Clausewitz quando afferma che la guerra è la continuazione della diplomazia con altri mezzi, dal momento che essa è invece il fallimento della diplomazia ed il tramonto della ragione politica dietro il fosco orizzonte della ragione delle armi. Concordo invece con il barone prussiano nell'affermare che le guerre devono essere le più brevi possibili e concludersi con l'inappellabile debellatio di uno dei due contendenti per cedere subito il campo alla politica. E visto da quest'ottica il conflitto in Iraq, durato appena tre settimane, è il più breve degli ultimi cinquant'anni se si eccettuano la guerra dei Sei giorni e quella del Kippur.

Vorrei adesso esaminare alcune tesi del variopinto mondo pacifista per provare se mi riesce di rispondervi convenientemente. Come argomento preliminare intendo proporre una nuova interpretazione dei celebri concetti di casus belli e di causa belli che impariamo a conoscere fin dall'età scolastica. È indiscutibile che le motivazioni delle guerre per la libertà, la democrazia e la salvezza dei popoli oppressi sono accompagnate da altri obiettivi più profondi e meno confessabili che vanno ricercati tra quelli classici di dominio strategico ed economico.

Gli anglo francesi ad es. non hanno dichiarato guerra nel settembre del 1939 alla Germania per l'invasione della Polonia, perché in questo caso avrebbero dovuto coinvolgervi anche l'URSS che nello stesso mese la occupava da oriente. Ora, però, mi sembra del tutto futile accusare gli alleati di essere entrati nel secondo conflitto mondiale per mera "volontà di potenza", mentre appare più utile guardare all'obiettivo reale che si è raggiunto al di là della loro realpolitik. Quando questo porta alla caduta di un regime tirannico ed alla creazione di un nuovo ordine il più vicino possibile ad una democrazia, anche se la causa belli è il tanto famigerato "interesse", il risultato che ne consegue è stato positivo.In altri termini, poco importa a noi europei di oggi per quali fosche mire gli alleati siano sbarcati in Italia ed abbiano occupato la Germania. Ci importa invece che abbiano abbattuto Hitler e Mussolini.

Molti uomini politici pacifisti non hanno potuto negare che l'uscita di scena di Saddam e del partito Baat sia stata un bene, ma avrebbero senz'altro preferito che fosse il popolo irakeno a liberarsene, perché la democrazia non si costruisce con le armi. Questa mi sembra una motivazione quanto mai peregrina: gli irakeni sopportavano il loro dittatore da trent'anni senza avere alcuna chance di ribellione, e mi sembra troppo comodo stare a guardare ed attendere, in nome della pace e del pacifismo, che un popolo si liberi da solo. Quanto poi all'argomentazione che la democrazia non si esporta, o non si impone, con le armi, la storia dell'Europa dopo il 1945 ne è la smentita più palese.

Ma un'altra domanda mi sembra ancora più banale: ci sono tanti dittatori nel mondo, perché cominciare proprio con Saddam? La riposta rischia di essere altrettanto superficiale: e perché non con lui? Senza poi contare che i medesimi personaggi che così ragionano al tempo stesso paventano una guerra infinita contro gli altri "stati canaglia" del mondo.

Gli strali dei pacifisti si sono sempre appuntati solo sull'aggressore: mi sembra una posizione squilibrata, in quanto se il rais avesse veramente disarmato ed accettato le ispezioni delle Nazioni Unite con spirito di buona volontà, il conflitto non avrebbe avuto ragione d'essere. Eppure non ho mai udito alcuno slogan che imponesse a Saddam di arrivare a più miti consigli per risparmiare una guerra al suo popolo, se prevalesse tale filosofia, bisognerebbe allora condannare come ingiusta ed illegale l'aggressione di Francia e Gran Bretagna nel 1939. A questa argomentazione è poi strettamente congiunta quella che nello statuto dell'ONU non è contemplato l'uso della guerra per abbattere una tirannide. Il che è vero, ma è pur vero che questa clausola non esisteva nemmeno per la Società delle Nazioni, eppure la seconda Guerra Mondiale ha avuto come motivazione ideologica proprio l'abbattimento dei totalitarismi.

Mai la guerra, neanche contro il peggiore dei dittatori, ma solo le armi della politica! Questa tesi francamente mi risulta ostica. Le Nazioni Unite avevano imposto il blocco economico all'Iraq, e questo provvedimento era ingiusto perché morivano i bambini di fame; aveva concesso il principio dell' oil for food, ma anche questo era sbagliato perché i bambini morivano per mancanza di medicine (pur possedendo Saddam fabbriche per sostanze NBC); esisteva la no fly zone per salvaguardare le popolazioni curde e sciite e risultava una violazione della sovranità nazionale irakena. Insomma, qualsiasi misura adottata per convincere il rais veniva condannata da Emergency e dalle anime belle della politica, e non so proprio quale sarebbe dovuta essere, nella mente dei pacifisti, la strategia di accordi per evitare la guerra.

Infine, un'ultima considerazione. Saddam è stato coccolato, foraggiato ed armato dall'Occidente quando faceva comodo, per poi diventare il nemico numero uno. In effetti l'obiezione è accettabile, ma non tiene conto della più elementare lezione della storia: Qualunque nemico del mio nemico (sto parlando della guerra Iran-Iraq) è mio amico, e tra i due mali si deve sempre scegliere quello minore. Tutti sanno che Stalin (che non aveva certo fama di santerellino) ha vinto la guerra grazie anche ai massicci aiuti degli Stati Uniti, e che anzi era alleato dei Paesi del Patto Atlantico. Poco dopo la conclusione del conflitto Churchill ebbe però occasione di dire "Abbiamo sbagliato nemico". O accusiamo di incongruenza la politica degli alleati, o accettiamo come tutto sommato comprensibile anche quella dell'amministrazione americana.