cultura
il Dio lontano di Voltaire
di Giuseppe La Rosa

Il Settecento è chiamato il secolo dei lumi. Il secolo della ragione. Che deve illuminare la mente, senza lasciare zone d'ombra, e deve incedere impettita verso la soluzione dei problemi.

Il messaggio di quei pensatori era: guardati attorno e guarda te stesso, usa il cervello, ragiona, discetta, discerni, non abbassare le antenne dell'intelletto, non accettare a cervello chiuso ciò che ti viene e ti è stato detto, respingi qualsiasi autorità che voglia imbrigliare le tue facoltà raziocinanti. Niente condiscendenza né riverenza per idee e comportamenti codificati. Devi mettere tutto in discussione, ideali, dottrina, opinioni, progetti. La scienza va avanti e anche l'uomo deve fare altrettanto. La scienza apporta nuove conoscenze e il sapere dell'uomo deve adeguarsi. Quindi, espressioni filosofiche, politiche, religiose, ancorate ad esperienze del passato e impregnate di vecchiume culturale vanno bandite, sfrattate, ristrutturate, comunque, riviste e adattate.

Hanno polemizzato contro tutto e contro tutti. E lo hanno fatto anche tra loro. Come i famosi VOLTAIRE e ROUSSEAU. Due campioni dei pensieri "scandalo". Brillante e spregiudicato il primo, più umano e più coinvolgente il secondo. L'ironico e il sentimentale.

Voltaire nasce a Parigi nel 1694. Il padre notaio lo fece studiare dai Gesuiti. Da adulto diverrà un furente anticlericale. Assaggiò l'esilio e le patrie galere per aver scritto dei versi impertinenti e irriguardosi nei confronti dei potenti di turno. Scrisse di tutto: commedie, racconti, tragedie ed opere filosofiche.

Prese in giro Leibniz, che, ricordiamo, sosteneva che il mondo in cui viviamo è il migliore possibile, spiattelandogli tutte le atrocità delle guerre e gli spaventosi "scherzi" della natura. Trattò con impietosa ironia le sconcezze più diverse dell'umanità, dai conflitti alle superstizioni. Contestò gli estremismi religiosi e le angherie sociali. Mise in ridicolo le sofisticherie della metafisica. Dio, per Voltaire, non si cura del mondo, perciò le classiche religioni sono delle superstizioni. E così la fede diventa un credere in ciò che per la ragione sembra falso, i preti sono delle brave persone se curano le anime, ma sono degli assassini se ti promettono la morte se non credi a loro, e la religione più attendibile è quella che inculca pochissimi dogmi. Sembra avercela con Dio, ma "Se non ci fosse, bisognerebbe inventarlo" L'anarchia religiosa agevolerebbe la strada all'immoralità più sfrenata. Un Dio ci vuole. E com'è il Dio di Voltaire ? Non è un Dio Provvidenza. E' appannaggio degli scemi credere che appena vi facciate male lui si fionda ad occuparsi di voi. No. Dio sta lontano, sta per i fatti suoi. E' come un padrone assente. Misterioso. Gratifica i buoni e bastona i malvagi. Ma lo fa in un modo che è precluso alla nostra mente. Se speri che Dio intervenga ti illudi. E allora che s'ha da fare? Non devi alimentare desideri insensati. Abituati alla realtà di ogni giorno. Lavora senza ragionare troppo. E' l'unico modo di rendere la vita un po' tollerabile.

Che dire delle disquisizioni di Francesco Maria, (si chiamava così Voltaire, Francois-Marie Arouet).

Certo, pensatori come lui misero le basi per la successiva Rivoluzione Francese. Noi, oggi, siamo figli di quell'evento. Ci hanno insegnato a valorizzare la capacità dell'uomo alla critica, all'esame, alla verifica, ci hanno aiutato a ridimensionare l'eccessiva portata degli assolutismi (politici, religiosi, filosofici), ci hanno stimolato a costruire un mondo guardando per terra e non avendo la testa fra le nuvole, ci hanno sollecitato a porre più attenzione ai bisogni e alle esigenze dei popoli e a non lasciare intangibili i privilegi di pochi. Contemporaneamente, c'è da dire che martellando oggi, dissacrando domani, contestando qui, protestando lì, abbattendo quell'idea, demolendo quei concetti, ironizzando, dileggiando, irridendo, si fa presto ad acquisire la mentalità del misconoscimento e del disprezzo di buona parte del cammino filosofico-religioso dell'uomo e dell'umanità. Immancabilmente si approda in un prepotente, irrefrenabile e funesto relativismo, che travolge la vita quotidiana, accreditato come spontanea espressione della massima libertà di pensiero e di azione.