periodico di politica e cultura 27 giugno 2022   |   anno XXII
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libri: Alfredo Alessio Conti

"Tutto è respiro"

Tempus fugit, taedium vitae, cupio dissolvi sono dimensioni dominanti nella poetica dell’autore, caratterizzata da un’impronta filosofica negativa, tanto da spingere ad interpretare il titolo di questa silloge in senso riduttivo, ovvero come la dichiarazione dell’effimero e della brevità della vita, in cui ogni realtà ha la durata di un respiro. Pessimismo ed angoscia esistenziali si insediano e insidiano la mente e l’anima del poeta, creando una poesia che è nel contempo indagatrice della vita interiore, scavo nel profondo, esternazione del dolore, della sofferenza; e proiettata sugli altri, sulla società, sul mondo, soggetti pervasi da un crescente nichilismo. Tante sono le fonti di pensiero a cui si potrebbe risalire per collocare culturalmente i versi del poeta, ma è preferibile un’analisi testuale di una letteratura che possiede sia un’impronta soggettiva, centrata sull’io, sull’esperienza autobiografica; sia un marchio di denuncia di una realtà odierna ritenuta sempre più assurda, senza senso, già posseduta da morte spirituale, prima ancora della morte corporale. Tutto ciò, buttato addosso al lettore come un macigno, potrebbe apparire disperante, se l’autore non concedesse una via d’uscita, una speranza, come vedremo nell’epilogo della recensione.

I vissuti di Alfredo Alessio Conti, che ci conducono nei meandri oscuri legati al disagio quotidiano del vivere, iniziano con la lirica Pietà, dove egli si paragona alla famosa statua michelangiolesca: “Mi pongo / come la pietà di Michelangelo / marmorea pietra / fredda ed inerte / nell’inutile attesa / dolorosa / che penetra / nell’anima”. Versi che sembrano riecheggiare il pessimismo biblico della celebre frase “Vanità delle vanità, tutto è vanità” (Ecclesiaste 1,2). Continuano con Lentamente muoiono: “Le tenebre / interiori / palpitano / al sorgere del nuovo giorno / ...”: l’offuscamento dell’io s’affaccia nelle sequenze della vita e rode come un tarlo. Il senso della vanità del tutto lo attanaglia poiché quel che è stato non tornerà più, così anche la memoria svolge una funzione sconsolante: “Il silenzio / prorompe / nella stanza /…/ rivedo / il mio esistere / prigioniero / e l’inutilità / d’esser vivo. /…” (Quel che è stato). Anche la memoria degli affetti se n’è andata: “La mia casa / è disabitata ormai /…/ si precipita nel buio assoluto /…/ per chi passeggero / è sceso / alla sua ultima fermata” (Ultima fermata). Lucida è comunque la coscienza del poeta di vivere inquietudini e disorientamento: “Un filo spinato / scorre nella mia mente / ho perduto il senso / del mio esistere / ...” (Filo spinato). La paura della morte come annientamento della personalità lo tormenta: “... / e precipitano con me / gli innumerevoli ricordi e la paura / e l’ultima domanda / di me che ne sarà” (L’ultima domanda).

Con uno stile sempre essenziale, sintetico, sfrondato da ogni orpello superfluo come è la sua visione, l’autore ora si sente come il più grande abitatore dei mari che va a morire su spiagge lontane: “Navigo / il disagio di questa vita / oblio / di sensi perduti / alla deriva / dei sogni infranti / da un funesto destino / spiaggio / sulla terra dei morti” (Spiaggio). Ad un certo punto, come già detto, lo sguardo va verso l’esterno ed allora con lui vediamo un mondo caduto in rovina (Ubriaco di nullità), ascoltiamo i mass-media portarci solo brutte notizie (Vuoto esistenziale), muoiono tante creature ogni giorno e il poeta confessa che lui, che ha la vita, non sa che farsene (Non so). E conclude il suo simbolico cahier de doléance con la rassegnazione di chiudersi nel suo dolore, dopo “Anni / di solitudine e silenzi /…/ odiando me stesso /…/ abbracciando ferite / che non si sono mai / rimarginate /…/ e tutte le porte / si chiusero” (In disparte). In contrasto con tutto tale pessimismo cosmico e storico vi sono liriche da cui emergono sprazzi di luce e di fede: l’eternità della natura e dell’universo, veri miracoli di vita; il socratico conosci te stesso per costruire l’avvenire; il respiro della poesia per sopravvivere; la ricerca di oasi di speranza; l’amore che unisce i cammini solitari e che diventa un grido solare; l’oltre noi che abbraccia l’eterno. E infine l’affidarsi al divino per un destino escatologico di felicità: “… / Lassù / s’avverano i nostri desideri /…/ Lassù / è magia, è poesia” (Lassù); e dopo essere stato un nomade spirituale, un cercatore di Dio; dopo la visione ultima, il poeta si consegna all’Assoluto: “Sarò solo / col vento / in una lacrima / di Dio” (Un domani).

ALFREDO ALESSIO CONTI, Tutto è respiro, prefazione di Maria Rizzi, Guido Miano Editore, Milano 2022, pp. 64, isbn 978-88-31497-82-4, mianoposta@gmail.com.

articolo pubblicato il: 28/05/2022

La Folla del XXI Secolo - periodico di politica e cultura
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