periodico di politica e cultura 17 gennaio 2022   |   anno XXII
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opinioni e commenti

ospedaleide umbra

di Domenico Benedetti Valentini

La lettura del Piano Sanitario Regionale 2021-2025, pre-adottato dalla Giunta Regionale dell’Umbria, suscita qualcosa più di una perplessità. Le 84 pagine del documento contengono alcuni “aggiornamenti” indubbiamente ragionevoli sul piano del quadro d’analisi e delle intenzioni di principio che ne conseguono. Ma, al di là di “strumentazioni” veicolate da termini anglofoni che presumono indimostrata “modernità”, non comunicano molto di sostanziale che consenta un penetrante confronto su quella che viene immaginata come sanità umbra del tempo a venire.

L’assessore veneto della Sanità umbra Coletto ha affermato che finalmente questa Regione ha un PSR. Ora, che l’assessore non conosca l’Umbria, le sue città e popolazioni, è assodato. Quel che stupisce è che non sappia che le precedenti Giunte regionali (di sinistra) hanno certo molto mancato nella loro azione in materia socio-sanitaria, ma non in produzione di genericità programmatiche, tant’è che sono facilmente rileggibili i PPSSRR che hanno a loro volta varato. Il problema odierno è che, salvo i gravi fatti nuovi dell’epidemia Covid e le emergenze che ha determinato, l’impostazione e le logiche del Piano ora pre-adottato dalla Giunta di centrodestra sono quanto mai assimilabili a quelle dei Piani delle deposte Giunte di centrosinistra. E in più hanno in comune con quelli un difetto politico primariamente sgradevole: quello di fare ampi discorsi sulle maglie larghe degli auspici e di non dire chiaramente ciò che l’Esecutivo intende fare – e magari sottoporre a trasparente discussione coi protagonisti e coi territori – perché si riserva di farlo poi surrettiziamente con Piani attuativi e/o locali, scaricandone l’apparente paternità sui “tecnici” (pur sempre dipendenti dalla Regione) con i quali sarà vano trattare….

Oggi come oggi, l’unica cosa istituzionalmente (neanche funzionalmente) concreta che si legge nella bozza di Piano, è che i Distretti Socio-Sanitari, attualmente articolati sul territorio in numero di dodici, saranno ridotti a cinque. La motivazione è che questo non inciderà affatto sulla quantità/qualità dei servizi, ma soltanto servirà a semplificare la……filiera di comando, realizzando risparmi e – dicono i conniventi comunicati di partito – tagliare poltrone…….L’argomento è suggestivo ma fatuo. Le poltrone non c’entrano niente e i dirigenti si potevano (e si possono) diminuire tranquillamente senza per questo smantellare le strutture operative. I Distretti erano stati creati per mantenere vicini alle comunità territoriali i servizi, l’organizzazione, l’erogazione e le responsabilità nel quotidiano del socio-sanitario; l’apicalità era riservata ad altri livelli, più “politici” e programmatorii.

Per chi non è sprovveduto, la decodificazione di questa “concentrazione” dei Distretti preconizza – salvo varianti da verificare – semplicemente la ulteriore “periferizzazione” dello Spoletino-Valnerina, dell’Orvietano, del Narnese-Amerino, dell’Assisiate, del Tuderte-Marscianese e del comprensorio Trasimeno. Punto e (quasi) basta. Oltre tutto, risulta completamente ignorata la dimensione “standard” di 100.000 abitanti, posto che a ciascuno viene “assegnata” una popolazione diversissima, financo più che doppia.

Con la perdita dei Distretti è scontata la contrazione dei servizi e la necessità per molte popolazioni di andarli a reperire in talune, altre, poche città, con contestuale allontanamento di punti decisionali. Per il resto, si legge tutta una impalcatura, descritta e “specchiettata”, di gerarchia organizzativa quanto alla – sicuramente fondamentale – sanità territoriale, di cui è tutta da capire e verificare la funzionalità (medici di base, infermieri di famiglia, domiciliare, gruppi di intervento sanitario e quant’altro).

Sul versante delle strutture, si recepiscono definitoriamente le entità sub-ospedaliere indicate dalle normative nazionali (Case della Salute e Ospedali di Comunità), senza indicarcene dimensioni, uniformi o anche differenziate, numero, dislocazioni, popolazioni servite, dinamica di servizi. Silenzio totale sugli Ospedali propriamente detti e sulla relativa Rete dell’Emergenza-Urgenza (o Accettazione che dir si voglia), nonché Punti Nascita, sui quali evidentemente la Giunta Regionale – e i suoi onnipotenti presunti “tecnici” – si riservano di agire “de facto” come meglio intendono o politicamente conviene.

Tant’è che, laddove realismo politico consigliava o imponeva di pronunciarsi e “rassicurare” fin d’ora le componenti politico-territoriali rappresentate in Consiglio Regionale, ciò è stato fatto: confermando che le ASL restano due e che due restano altresì le aziende Ospedaliere, di Perugia e Terni, in questo caso evidentemente ritenendo opportuno il mantenimento di una pluralità direzionale e istituzionale….

In conclusione, per ora, lasciando all’eredità triste della sinistra la “Sanitopoli”, siamo entrati nella “Saniteide”. Della quale questa rubrica si è occupata per tredici puntate, prevalentemente “spoletine”, ma che (qualche miope non l’aveva considerato) si amplia più che previstamente a tutti i versanti dell’Umbria.

articolo pubblicato il: 04/12/2021 ultima modifica: 10/12/2021

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