periodico di politica e cultura 1 marzo 2021   |   anno XXI
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cento anni di irrequietudine

di G. V. R. M.


nella stessa sezione:
Marcello Lucini, brillante giornalista politico scomparso prematuramente, titolava su “Il Tempo” di Roma, nel gennaio del 1971, “Cinquanta anni di malefatte” il suo articolo sui cinquanta anni dalla nascita del Partito Comunista. La scissione era avvenuta nel corso del XVII Congresso del Partito Socialista, a Livorno, esattamente il 21 gennaio del 1921.

Sono ormai tanti anni che il PCI non esiste più; dalla svolta del Segretario Generale Achille Occhetto nacque il PDS, divenuto poi DS e, dopo l’unione con la sinistra di quella che nel frattempo da DC era diventata PP e poi Margherita, l’attuale PD.

Per motivi squisitamente anagrafici, molti dei militanti del PD non hanno mai fatto parte del PCI, come della DC o di altri partiti come il PSI o il PSDI; ma qualcuno tra gli attuali dirigenti del PD ha fatto in tempo ad essere un giovane dirigente del PCI, anche se, come Walter Veltroni, ha avuto occasione di dire di non essere mai stato comunista.

Massimo D’Alema ha concesso una lunga intervista televisiva in occasione del centenario. Alla domanda se Turati con il suo gradualismo non avesse avuto ragione, ha risposto che in realtà è stato il riformismo la costituzione materiale del PCI. Di fronte allo stupore dell’intervistatore, D’Alema ha spiegato che il PCI ha nascosto il suo riformismo dietro un linguaggio rivoluzionario, perché allora non si poteva dire, ma ha coniugato l’ideologia rivoluzionaria con la pratica riformista. Così ha letto gli avvenimenti di allora.

Ma D’Alema, che resta comunque la mente più brillante della sinistra, un capolavoro lo fa affermando che la sua generazione, quella del ’68, non aveva il mito dell’URSS, che lui si trovava a Praga ai tempi della Primavera e che, se il PCI non avesse condannato l’invasione, la sua generazione non sarebbe entrata nel partito. Peccato che ci sia una foto di dieci anni prima del Sessantotto, più o meno, con il piccolo Massimo, in calzoncini corti e fazzoletto rosso da pioniere, che legge un documento alla presenza di Togliatti e degli altri dirigenti del partito, nel corso di un congresso. Che poi il PCI abbia condannato l’invasione non è completamente la verità; dopo il primo, prevedibile sconcerto dei dirigenti, che non ritenevano possibile, a distanza di dodici anni, un’altra Budapest, pian piano il PCI edulcorò i suoi toni, approfittando del fatto che non si era avuto un bagno di sangue come quello che si era avuto in Ungheria, che era stato a suo tempo giustificato da un giovane Napolitano su “L’Unità”. Passata la buriana, finito l’orrore per il suicidio di Jan Palach e di altri giovani che, come lui, si erano dati fuoco, dopo un po’ di tempo alcuni giovani della FGCI andavano dicendo in giro, con aria sinceramente sconcertata e virilmente sconvolta, che “Ho letto i documenti, erano deviazionisti, capisci, deviazionisti!”, tacitando con il loro sdegno i loro coetanei che mangiavano piattoni di pasta al sugo, sentivano le canzoni di Adamo e andavano in cerca di ragazzine, senza capirci niente di comunismo ortodosso e deviazionismo.

La spocchia di chi pensava di aver capito tutto non è passata con i decenni; ancora oggi è mancata da parte di chi in tempi lontani fu comunista un’analisi seria ed impietosa di quello che il comunismo ha rappresentato nella storia del Novecento. David Sassoli, Presidente del Parlamento Europeo, si è arrabbiato molto perché gli eurodeputati hanno approvato una risoluzione di condanna del nazifascismo e del comunismo come mali del secolo, affermando che, a suo dire, le due ideologie non potevano assoltamente essere accostate. Certamente Sassoli non è vissuto nei “Paradisi dell’Est” prima della caduta del muro di Berlino, come non è vissuto in URSS ai tempi di Stalin, né ha conosciuto la fuga dalla Iugoslavia di trecentocinquantamila italiani, alcuni dei quali insultati e presi a calci e sputi dai ferrovieri comunisti alla stazione di Bologna.

Oltre a non fare autocritica sul passato, c’è anche chi manipola il presente. La notizia che il capo dell’opposizione in Russia sia stato arrestato, dopo che qualcuno aveva anche tentato di avvelenarlo, non viene affatto accostata da molti politici e giornalisti al fatto che il Presidente della Russia abbia imparato a far politica nel KGB, il terribile servizio segreto sovietico. A leggere certe cronache sembrerebbe che Putin sia in realtà un leghista o un forzista; ma non è così: è un ex comunista, come parimenti ex comunisti sono altri che, in Italia, minimizzano le proprie convinzioni di un tempo.

Alcuni anni fa, nel corso di una repressione avvenuta in Myanmar, molti autorevoli opinionisti italiani condannarono senza appello la ferocia dei generali fascisti. Facevano finta di dimenticare che i generali che presero il potere nel 1962, fino a quando non decisero di cambiare il nome della loro nazione da Birmania in Myanmar e quello della capitale da Rangoon in Yangon, nei documenti ufficiali definivano il loro un regime comunista.

Fino a quando da chi è stato comunista non viene fatta una rilettura della storia, in Italia non ci potrà essere una sinistra all’inglese. Bersani parla spesso "della destra che vorrei”; qualcuno potrebbe rispondergli che una sinistra sinceramente anticomunista porterebbe il Paese fuori da certe logiche.

articolo pubblicato il: 22/01/2021 ultima modifica: 03/02/2021

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