periodico di politica e cultura 4 agosto 2020   |   anno XX
direttore: Gabriele Martinelli - fondato il 1/12/01 - reg. Trib. di Roma n 559/02 - tutte le collaborazioni sono a titolo gratuito
archivio
Google

libri: Achille Pignatelli

"I ritorni"

Prefazione
Un pomeriggio di qualche anno fa vennero a trovarmi due giovani. Passammo qualche ora insieme. L’interesse di entrambi andava verso la poesia. Scrivevano versi e voleva- no qualche segno di orientamento. Se ne andarono con qualche libro che mi venne in mente di prestargli perché potessero leggere le poesie che mi erano venute alla mente mentre parlavo con loro. Uno dei due giovani era Achille Pignatelli. Passò del tempo, i libri tornarono indietro e Achille si rifece vivo. Aveva immaginato un libro, un libro suo. Me lo mandò. Vidi che l’articolazione soggiaceva allo spirito e al soffio dei venti. Già questo mi predispose a una lettura fatta di sympatheia. Inoltre nel titolo figurava la parola “ritorni”. Cos’è un ritorno? Proust lo intendeva come una rima della vita. Ad esempio, Marcel torna a Venezia dopo anni e rimette il piede in una sconnessura del selciato e la sua memoria tattile si attiva e rende possibile il ritorno di una scaglia luminosa di memoria. Memoria involontaria, come lo scrittore la definiva, cioè non indotta dalla ragione, ma suscitata da un sentimento istantaneo della vita. Un’apparizione: fugace e musicale. Che c’è e poi scompare, ma lasciando una traccia che agisce in noi. Nei ritorni di Achille agisce il suo sentimento della vita: fugacità, malinconia, ma anche necessità del fare. Le forme che adotta oscillano, prediligendo le forme brevi (non è casuale il suo omaggio alla forma dell’haiku). Ed è in alcune di queste forme che si sbozzola nel modo più pertinente un andare tra briciole (come nelle favole), un impastarsi con la polvere, la necessità di rivisitare i pensieri che ci hanno preceduti (la mitologia come è stata immaginata dai Greci)… Achille è un napoletano che aspira a dare ai suoi gesti una conseguenzialità “politica”. Quel che mi ha colpito quando, dopo quel primo pomeriggio, ci siamo incontrati di nuovo risiede in una sua tenace timidezza. Costeggio l’ossimoro per dire che in lui ho visto convive- re la convinzione dell’impegno con il soffio necessario a tra- sformare il mondo in espressione. Insomma: fare e insieme tradurre il fare in linguaggio. Oggi “I ritorni” diventano un libro, il primo libro di Achille. E quella mia impressione si rafforza e in certi angoli, tra un vento e l’altro, vedo emergere una voce personale. I poeti sono i battezzatori del mondo. A ogni generazione c’è chi prova a ridare i nomi alle cose e ai sentimenti. E quanto è necessario e “politico” farlo oggi, visto che le cose sono abbandonate a sé stesse e le parole muoiono o in re- cinti specialistici o nell’insignificanza solitaria delle retoriche. Achille Pignatelli come Atlante si mette il mondo sulle spal- le e prova a rinominarlo, parola dopo parola.
Silvio Perrella

Introduzione
È un’idea ingenua pensare di essere donne e uomini assoluti, distanti e distaccati da un contesto di partenza; siamo persone del nostro tempo, punto d’incontro di coordinate spaziotemporali che influenzano, se non determinano in toto, sia il nostro modo che il moto d’essere; è opportuno distinguere il modo d’essere dal moto d’essere, poiché il primo riflette cosa siamo e il secondo cosa possiamo essere. “Contesto di partenza” e “moto d’essere” sono termini che vogliono suggerire che alla base di questo ragionamento, di quest’opera, di questa sentita riflessione sul nostro tempo e del nostro tempo su di noi, c’è l’idea di movimento. Tutto è in movimento e pretende movimento, a prescindere dall’esistenza di un concetto che lo spieghi; la gravità esisteva prima che Newton ne trovasse una spiegazione, così come le maree sulla Luna esistevano prima che Galileo le osservasse con il cannocchiale. Ma un cammino, il nostro cammino e quello del nostro tempo, per essere compreso, oltre che di un punto di partenza e di arrivo, necessita di coordinate. Spazio e tempo sono le coordinate dei concetti, dei processi storici, delle circostanze, delle vite. La nostra vita è un cammino costante, fatto di ostacoli, di scontri e incontri, ma anche il sentiero che percorriamo è in movimento; la Terra ruota su sé stessa, muta come la nostra circostanza, la nostra epoca storica ha ereditato il presente dal passato e lo cederà al futuro. Siamo in presenza di un doppio movimento, il movimento del tempo e il nostro movimento nel tempo. Ecco, l’idea che sta alla base di quest’opera è il rapporto tra il nostro movimento nel tempo e il movimento del tempo, come nel viaggio su di un aereo si tiene conto della rotazione terrestre e, nell’effettua- re una curva ad alta velocità, si percepisce l’influenza delle forze che vi prendono parte. Nel nostro cammino verso l’ignoto, o meglio il certo, poiché la fine è l’unica certezza che ci è stata concessa, viviamo in un tempo, un’epoca, una fase storica che caratterizza la nostra circostanza, ciò che ci sta attorno. Ma questo movimento presuppone uno spazio dove effettuarsi, esprimersi, liberare la sua carica dirompente che, come un vulcano, distrugge e crea costantemente.

Perché parlare, a proposito dello spazio, di “suono”? Si è soliti pensare alla forma di uno spazio, che sia scatolo o recinto, come siamo soliti associare al tempo il ticchettio dell’orologio. Ebbene, il suono è uno spostamento d’aria generato da una vibrazione, quindi è un movimento che necessita di uno spazio di propagazione. Ma lo spazio influisce notevolmente sulla propagazione del suono; per esempio nell’universo non si sentono suoni, che ci sono ma a bassissime frequenze, poi- ché non esiste un confine definito, mentre in una stanza to- talmente vuota la caduta di un dizionario genera un rumore assordante. Quindi non solo il suono è vincolato dallo spazio in cui si muove, ma ne è influenzato da questo, se non caratterizzato; allo stesso modo, la forza delle nostre parole risiede nel favore delle orecchie che incontrano e il nostro cammino dipende dalle pareti che costituiscono il nostro tempo. Il suo- no dello spazio non è altro che l’effetto che ha il movimento del tempo, della nostra circostanza, dell’epoca storica sulla nostra vita. Ma anche il nostro movimento genera un suono; agire nella nostra circostanza, prendere parola, espandere il suono del nostro movimento vuol dire influenzare la nostra fase storica, che è lo spazio entro cui ci muoviamo.

La forma del tempo è un’idea già incontrata nella storia del pensiero, basti pensare alla concezione circolare o lineare. Ma qui per “forma del tempo” si intende qualcosa di più specifico, a seconda se lo rapportiamo a ciò che esiste al di fuori o dentro di noi. Al di fuori di noi, il tempo è l’estensione della nostra epoca storica, ovvero la misura di ciò che ci sta attor- no; dentro di noi il tempo è il perimetro del ricordo, ovvero la stima di ciò che era e continua a essere per noi. Il ricordo ha un valore fondante nella nostra vita, è la nostra ricchezza e lo strumento principale con cui coltiviamo il domani. Ogni azione che compiamo è il riflesso di un’azione passata, o per lo meno è composta da segmenti di atti già avvenuti; anche se ci troviamo a scalare una montagna per la prima volta il concetto di “prima un passo e poi l’altro” o di “scala” non ci è oscuro, questo perché quando abbiamo smesso di gattona- re abbiamo sviluppato un nuovo approccio al movimento. Allo stesso modo, la mosca che vuole uscire dalla finestra ma sbatte contro il vetro, lo farà fino a quando qualcuno non aprirà la finestra poiché il suo cervello non è capace di immagazzinare quell’informazione in maniera efficace. Il ricordo è alla base dell’esperienza. Non solo. Se mentre siamo in compagnia di una persona amata le dessimo le spalle, perdendo ogni suo ricordo, nel rivolgerle lo sguardo troveremmo una persona totalmente nuova, che non si conosce. Tutti i senti- menti vivono nei ricordi, nella vita condivisa che è custodita dalla memoria.

Chiarito il valore delle coordinate fondamentali è adesso possibile riflettere sul doppio movimento che caratterizza le nostre esistenze. Pensare che la nostra epoca storica proceda per conto suo, a ruota libera, è altrettanto ingenuo che credersi distanti dai suoi mutamenti. Alla base dei processi che costituiscono la storia ci sono gli avvenimenti, le evoluzioni tecnologiche, i movimenti ideologici e culturali, le guerre, tutti quanti processi di massa o per lo meno di una moltitudine o pluralità di individui. È vero che questi possono avere una figura trainante e, in certi casi, determinante in quel punto particolare, ma il moto del singolo se resta moto del singolo risuona come un battito di mani nell’universo; e, seppure non siamo determinanti durante i processi storici, la nostra vita ne risulta caratterizzata. Per esempio, se in periodo di guerra viene applicata la censura, non solo ne risentirà la libertà di pensiero ma in certi casi non si saprà nemmeno cosa accade a pochi chilometri di distanza. Poiché, a prescindere dalle nostre azioni, i processi storici danno una direzione alla nostra circostanza, a questo punto spetta a noi decidere se prendere parola o essere totalmente dominati da tali processi e dalle cause che li determinano. La società di massa e i processi che hanno portato alla sua nascita hanno dato una caratterizza- zione specifica al nostro tempo, ovvero quello della quotidianità, che ha la forma di un eterno giorno sempre identico a sé stesso. Siamo una lista di cose da fare, di scadenze, di azioni che si ripetono seguendo lo stesso ritmo, e se l’ingranaggio si inceppa o non è ben oleato, si sostituisce, perché quella macchina che racchiude tutti gli ingranaggi deve funzionare e non può rallentare. Quello che, a sua volta, ha prodotto la quotidianità è un modo peculiare di vivere il proprio tempo, ovvero un senso di eternità; viviamo la quotidianità come se non dovessimo mai morire, come se alla fine del nostro percorso ci fosse un altro eterno giorno con le stesse cose da fare, e solo quando arriva il momento della fine abbiamo il coraggio di guardarci alle spalle e capire la pochezza del nostro cammino. Oltre ciò, la quotidianità in quanto accumulo di scadenze ha generato quel moto d’essere che è il costante senso di fretta. È chiaro, a questo punto, che la società di massa, degli ingranaggi e delle scadenze si regge su qualcosa che ci è stato preso, ovvero il nostro tempo, il tempo della vita; ma prendersi il nostro tempo, che è la cosa più preziosa che abbiamo, determinando le nostre azioni e le nostre prospettive, vuol dire ridurci a un mero involucro che si trascina l’esistenza a fatica. Quello che l’uomo dovrebbe fare è riprendersi il proprio cammino.

Tra esistenza e vita c’è una differenza sostanziale, che forse è superfluo ribadire ma è bene tener presente; è evidente, però, che questa distinzione passa per il contatto con il nostro tempo, che sia ricordo o progettualità. In questo senso, la forma dell’eterno giorno e delle scadenze riflette il tempo dell’esistenza nella società degli ingranaggi, la forma che riflette il tempo della vita è associata a un elemento in particolare. Il viaggio della vita assomiglia al cammino del vento, sempre diverso e identico a sé stesso come lo siamo noi, poiché il suo è un viaggio di ritorno verso quei luoghi che ha attraversato e che sono mutati nel corso del tempo. Quando la mattina ci svegliamo non facciamo altro che tornare al presente, come, una volta arrivato per noi il momento della fine, torniamo a quello che eravamo prima della nascita, e ogni volta che compiamo il minimo gesto torniamo a esperienze e ricordi passati; ma la cosa più importante è che il nostro cammino è un viaggio di ritorno verso le persone amate, che vivono nei frammenti di vita condivisa. Quest’o- pera vorrebbe essere una sorta di manuale del viaggiatore nel cammino della vita, poiché, quando veniamo al mondo, ne ignoriamo le leggi, e cerchiamo, dando una direzione alla nostra vita, di trovarne il significato. Ciò che mi resta da fare è augurarvi buon viaggio di ritorno, e che il vento vi sia favorevole.
Achille Pignatelli

Arti Teatro, Poesia, Storia, Filosofia, Critica letteraria
Homo Scrivens Direttore di collana: Aldo Putignano Revisione: Chiara Tortorelli Illustrazione: Fiorella Formisano

Autore: Achille Pignatelli
Titolo: I ritorni
Orientarsi tra il suono dello spazio e la forma del tempo

ISBN 9788832781229 I edizione Homo Scrivens, giugno 2019 ©2019 Homo Scrivens s.r.l. via Santa Maria della Libera, 42 80127 Napoli www.homoscrivens.it pagina Facebook: Homo Scrivens Riproduzione vietata ai sensi di legge (art. 171 della legge 22 aprile del 1941, n. 633) Stampa: Digital Team sas Via dei Platani, 4, 61032 Fano (PU)

articolo pubblicato il: 11/07/2020

La Folla del XXI Secolo - periodico di politica e cultura
direttore responsabile: Gabriele Martinelli - grafica e layout: G. M. Martinelli
fondato il 1/12/2001 - reg. Trib. di Roma n 559 2002 - tutte le collaborazioni sono a titolo gratuito
cookie policy