periodico di politica e cultura 9 luglio 2020   |   anno XX
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toghe e chat

di Domenico Benedetti Valentini

nella stessa sezione:
Il quotidiano “La Verità” ha pubblicato le chat in cui alcuni magistrati, intercettati nell’ambito del procedimento a carico di Luca Palamara, si scambiavano giudizi invero pesanti sull’operato di Salvini, allora Ministro degli Interni. Ancor peggio: parlando dei suoi atti volti alla tutela dei confini rispetto agli ingressi illegali, favoriti dalle ONG marittime, riconoscevano chiaramente la legittimità del suo comportamento ma affermavano che bisognava comunque attaccarlo! Salvini ha pertanto ritenuto di chiamare il Capo dello Stato per manifestargli la propria preoccupazione riguardo al processo che lo vede a Catania imputato di “sequestro di persona” per il blocco della nave Gregoretti, portatrice di migranti clandestini.

E’ fissata per ottobre l’udienza preliminare dinanzi al GIP. Il leader della Lega chiede – al Presidente della Repubblica, che è Presidente del CSM – che gli sia garantito “il diritto a un processo giusto, davanti a un giudice terzo e imparziale, nel rispetto dell’art. 111 della Costituzione”.

Gli ambienti del Quirinale hanno pronta l’osservazione che il Capo dello Stato non è titolare di azioni disciplinari sui giudizi… E sulla evasività di questa obiezione per il momento sorvoliamo. La questione è di sostanza politica e civile. Ma esponenti della maggioranza PD-LEU-IV-M5S commentano cinicamente: “Iniziativa per tornare a indossare i panni della vittima. Non sarà che ha paura?”.

Grave. La faziosità sta offendendo il senso comune. Perché Salvini, nel caso specifico, non dovrebbe legittimamente aver paura? Chi, trovandosi sotto una imputazione formalmente grave (sequestro di persona, come fosse un terrorista di Al Shabaab che rapisce Silvia/Aisha!) ma sorretta soltanto da un inaccettabile teorema ideologico; e leggendo parole testuali di magistrati in servizio che esprimono pregiudiziale ostilità, non dovrebbe aver paura di un giudizio di parte che può infliggergli pene pesanti, estromissione dalle cariche pubbliche e altre sanzioni inibitorie? E’ forse questa considerabile viltà, in uno Stato di diritto? O non dovrebbero piuttosto quei magistrati essere presi in esame circa l’idoneità a svolgere il proprio delicato ufficio in determinati procedimenti che postulano il massimo della serenità?

Se mai ci sembrava più inopportuno il Salvini Ministro quando, privilegiando egli di abitudine il messaggio mediatico, sfidava abbreviatamente certi ambienti magistratuali ripetendo: “Ho solo compiuto il mio dovere. Terrei la stessa condotta in ogni simile caso. Mi processino e incarcerino pure mille volte!”. Giusto il senso, malaccorta la formula. Infatti il mondo della magistratura era già allora quel che è adesso. Le sue crepe di inaffidabilità per gli inquinamenti ideologici e le ipoteche di schieramento erano e sono dolorosamente note.

La sfida lanciata in queste condizioni sarà più esaltante come immagine, ma certo incauta nella sostanza, tant’è che adesso – non essendo manco più nei poteri di governo – tocca appellarsi alla teorica garanzia di un Capo dello Stato (proveniente peraltro da lidi politici di centrosinistra) per rivendicare il proprio elementare diritto ad un giudizio esente da ostilità precostituita.

Ma forse noi abbiamo un concetto della comunicazione e della propaganda diverso da quello in voga tra i politici del tweet, dell’hastag e del blog. E vedere il sacrosanto principio dell’affidabilità giudiziaria strumentalmente calpestato dai persecutori, mediaticamente invocato dai perseguitati, contraddetto e disonorato da chi lo dovrebbe incarnare, suscita una tristezza infinita e, per chi ancora ne avesse voglia, un senso di ribellione.

articolo pubblicato il: 30/05/2020 ultima modifica: 08/06/2020

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