periodico di politica e cultura 22 maggio 2019   |   anno XIX
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opinioni e commenti

cambiamentismo e imminenti europee

di D. B. V.


Naturalmente, per sedurre nuovamente la maggioranza di un popolo, ci vuole qualcosa in più della popolarità per essere il fratello del commissario Montalbano televisivo. Però partiti e politologi seri devono sempre osservare con attenzione quel che succede in tutti i partiti, anche in quelli “avversi”.

Dunque dobbiamo vedere Zingaretti come un fatto nuovo, una svolta del PD? E’ tutto da verificare. Di certo è un uomo di partito, un post-comunista, non un democristianello di sinistra o una sciagura generica come Renzi o come Prodi. Questa è la sua risorsa e questo è il suo limite. Ha vinto le elezioni della regione Lazio, sebbene in epoca in cui il vento politico era propizio, e pertanto ha una concreta esperienza di governo locale vasto. Per il momento questo basta a suscitargli intorno l’interesse delle intellighenzie italiane ed europee e le speranze delle disperse truppe del sinistrismo nostrano.

L’enfatizzazione sul “successo” delle primarie è fuori luogo: la partecipazione dei votanti è stata grandemente inferiore a quella di tutte le precedenti e la conquista dei voti “veri” nelle elezioni “vere” è tutt’altra cosa. Ha cercato di dare subito, è vero, segnali di stagione diversa. Ha indirettamente ammiccato ai Cinquestelle per rimettere il PD in gioco di manovra. Ha fatto qualche visita simbolica per mostrare un partito che vuole rioccuparsi dei problemi concreti e della “ggente”. Ridesigna la segreteria, officiando elementi esperti a prescindere dalle collocazioni parlamentari (auguri a Marina Sereni vicesegretaria e a Cesare Damiano, nostro predecessore alla presidenza della Commissione Lavoro... dalle nostri parti, se da non più parlamentari frequentate ancora pensieri, luoghi e fatti politici, da qualche graduato di partito siete pure guardati con fastidio). Tenta di imporre una fraseologia meno scontata, di far sintesi tra zavorra dell’integralismo sinistrista e fermenti di “aperturismo” alla società in evoluzione. Siamo tuttavia, per il momento, al “cambiamentismo”, cioè ancora alla liturgia progressista, all’evocazione suggestiva dei “diritti” come surrogato di motivazioni ideali, sociali e programmatiche profonde, che restano latitanti o almeno non declinate ufficialmente. Lo Zingaretti, al netto di un difettuccio di pronuncia che gli “accianfa” un paio di consonanti, propone un lessico che vuol rendersi interessante. Al di là di questo (tanto importante per l’odierno popolo del web, francamente marginale per noi che guardiamo alla sostanza e ai pensieri forti) nulla si sa delle opzioni programmatiche di fondo; ammesso e non concesso che la sinistra, dopo i suoi fallimenti di governo, abbia titolo per farsi nuovamente ascoltare. Ci riserviamo perciò analisi di contenuto aggiornate.

Quanto al breve respiro, è chiaro che se nelle imminenti europee il PD non riprendesse quota o perfino non ottenesse il sorpasso sul declinante M5S, l’avventura di Zingaretti partirebbe con un fiasco inabilitante.

articolo pubblicato il: 16/03/2019 ultima modifica: 27/03/2019

La Folla del XXI Secolo - periodico di politica e cultura
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