periodico di politica e cultura 23 gennaio 2019   |   anno XIX
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finanza

non c'è più il futuro di una volta

di Domenico Massa


Recentemente l’economista Paul Krugman in un articolo pubblicato sul The New York Times rifletteva sul fatto che in occasione del decimo anniversario del fallimento della Lehman erano stati scritti circa 1.000.000.000 di articoli che argomentavano sulle cause della crisi: “Molti hanno suggerito, giustamente, che le ricadute politiche continuano a plasmare il nostro mondo oggi. Ma per quanto posso dire, sorprendentemente pochi si sono concentrati sugli effetti economici di lungo periodo.”

Anche uno sguardo superficiale ai dati conferma la riflessione di Krugman e restituisce un quadro in cui le conseguenze sono enormi. In sostanza il PIL reale è molto più basso di quanto gli esperti avessero previsto prima che la crisi colpisse. Questa opinione è condivisa da A. Fatàs, L. Sammer ed anche Larry Ball ha insistito su questo argomento già da molto tempo. Krugman si auspica che l’argomento venga proposto ad un pubblico più ampio per la consapevolezza che il futuro non sarà più il futuro di una volta. Dopo un lungo ragionamento conclude che il concetto di “output potenziale” (termine che gli economisti indicano per riferirsi all'importo massimo che un'economia può produrre senza un surriscaldamento dell'inflazione) può essere rottamato. “Il problema è che la modellizzazione crescente dell’analisi economica ha portato a una proliferazione di entità soprannaturali che crediamo (o facciamo finta di credere) che esistano ma che nessuno vedrà mai in faccia. E queste entità degne dell’angelologia iranica e gnostica governano i modelli econometrici, le scelte di policy e, alla fine, le nostre vite.” osserva in un proprio articolo Alessandro Fugnoli.

In Europa, data la maniacale attenzione per i conti pubblici, viene assunto a totem il “disavanzo strutturale” presente in un universo parallelo privo di cicli economici e che viene calcolato (e in verità negoziato) a porte chiuse tra Bruxelles e i vari paesi dell’Eurozona.

Il Governatore della Fed in un discorso della fine di agosto ha definito i “modelli” come “rotte sempre più perfette e sofisticate tra stelle che non abbiamo la minima idea di dove si trovino”. Powell ha aggiunto che l’accento andrà messo non più sui modelli (che, come la curva di Phillips, funzionano un giorno sì e tre no) ma sulla gestione dei rischi. Questo è cosa buona.

articolo pubblicato il: 10/11/2018 ultima modifica: 23/11/2018

La Folla del XXI Secolo - periodico di politica e cultura
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