periodico di politica e cultura 17 ottobre 2018   |   anno XVIII
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finanza

il Paese di Bengodi

di Domenico Massa


nella stessa sezione:
Sproloquiare su argomenti complessi come possono essere gli effetti economici di una manovra economica varata da un Governo è un attentato, esattamente come lo potrebbe essere un qualsiasi “procurato allarme” per un rischio inesistente. E’ necessario fare un po’ di chiarezza per quanto attiene la valutazione dei titoli del debito pubblico di un Paese. Innanzi tutto è necessario restringere il campo di osservazione ai titoli a medio lungo termine ed a tasso fisso. E’ anche importante dividere la platea degli interessati e precisamente tra coloro che già posseggono il titolo e quelli che lo vorrebbero acquistare. Chi vuole acquistare un titolo ha due possibilità: acquistare un titolo già emesso o acquistarne uno al momento dell’emissione.

Il prezzo di un titolo già emesso è funzione del flusso di cedole che genererà rapportato all’entità delle cedole dei titoli di nuova emissione. Per afferrare il concetto è necessario un esempio di scuola: se ho intenzione di vendere un titolo con una cedola al 10% ed i nuovi titoli in corso di emissione recano una cedola del 11% dovrò ridurre le mie pretese sul prezzo per poter trovare un acquirente, perché in caso contrario quest’ultimo deciderà di acquistare il titolo con cedola all’11% perché più remunerativo. Un aumento dei tassi colpirà i possessori di titoli a tasso fisso perché il prezzo dei loro titoli si ridurrà proporzionalmente all’aumento dei tassi ed alla durata residua del titolo (il prezzo è quindi funzione del numero di cedole che si potranno incassare ed alla differenza rispetto alle cedole dei nuovi titoli in emissione). Si parla quindi di rendimento che può essere aumentato o diminuito dal variare del valore di negoziazione del titolo (in questo caso BTP). Altro esempio di scuola: se pago un btp a scadenza residua di un anno 98 e alla scadenza incasserò 100 ed ho una cedola del 3%, il mio rendimento lordo è del 5x100/98= 5,102%: infatti ho investito 98 e incassato 103.

I titoli del debito pubblico italiano, BTP, CCT e BTPEi (titoli indicizzati all’inflazione europea) vengono emessi dalla Banca d’Italia mediante il meccanismo dell’asta marginale. Tale asta marginale prevede una determinazione discrezionale del prezzo di aggiudicazione e della quantità emessa. Essa prevede infatti che i richiedenti si aggiudichino le quantità richieste tutti allo stesso prezzo, il prezzo marginale. L’ammontare collocato viene determinato escludendo le offerte formulate a prezzi ritenuti non convenienti sulla base delle condizioni di mercato. Ciascun operatore può formulare sino ad un massimo di tre offerte, ciascuna ad un prezzo diverso e per un importo non inferiore a 500.000 euro di capitale nominale e non superiore all'importo in emissione, il cui ammontare è compreso all'interno di un intervallo di emissione precedentemente annunciato. I prezzi delle diverse domande devono differenziarsi di un importo minimo di un centesimo di euro; eventuali variazioni di importo diverso vengono arrotondate per eccesso.

La Banca d’Italia emette un comunicato attraverso il quale si rende pubblico il risultato dell’asta; da quello emesso per il titolo IT0005340929 BTP 2,80 % 10 anni scadenza 01-12-2028 apprendiamo che a fronte di una emissione di un minimo di 1.500.000.000 euro ed un massimo di 2.000.000.000 euro l’importo richiesto è stato di 2.871.555.000; l’asta si è svolta il 27 settembre 2018. Questo dovrebbe far riflettere sulla valanga di fesserie che vengono dette in questi ultimi giorni circa gli effetti della manovra varata dal Governo “giallo verde”. Naturalmente il merito di credito dell’emittente ha il suo valore e questo è misurato dallo spread; quello di cui si sente continuamente parlare è il differenziale tra i titoli decennali italiani e tedeschi.

In passato la speculazione si è accanita contro l’Italia e nel 1992 l’oggetto fu il cambio della lira che fu costretta ad una svalutazione violenta. Si scoprì in seguito che dietro la manovra c’era un uomo d’affari e filantropo che ci guadagnò parecchio, ma molto meno di quanto ci persero gli italiani. Sono passati molti anni, ma credo che gli italiani abbiano il diritto di sapere come andarono effettivamente le cose e di chi fu la colpa di quella “Caporetto finanziaria”. Ma torniamo ai giorni nostri. Sarà necessario aspettare che i tempi maturino e che giungano sul mercato le nuove emissioni di titoli per avere una risposta. Un altro ragionamento da fare è quello relativo ai meccanismi che legano l’inflazione al rendimento dei titoli. L’Europa è da molto tempo in deflazione, cioè il danaro non perde potere d’acquisto semplicemente perché la domanda interna è bloccata dalla mancanza di risorse e dalla paura che porta a rimandare nel tempo le spese in attesa di tempi migliori. A questo punto, se la manovra posta in essere dal Governo dovesse veramente far ripartire i consumi e di conseguenza l’inflazione, un eventuale aumento dei tassi di interesse verrebbe sterilizzato dall’incremento dell’inflazione ed i tassi reali non avrebbero variazioni significative. La ricerca degli investitori di rendimento porterebbe a privilegiare le sottoscrizioni con tassi più alti e l’efficienza dei mercati stessi svolgerebbe il ruolo di regolatore.

Il vero elemento di impatto su tutto questo ragionamento è il ruolo delle agenzie di rating. Una diminuzione del merito di credito espressa con delle sigle alfanumeriche avrebbe un immediato impatto, perché i gestori dei fondi si devono attenere scrupolosamente a quei parametri. Se un gestore può utilizzare un titolo BBB e lo stesso titolo viene declassato, questo verrà immediatamente venduto e sostituito con un titolo con un rating di almeno BBB. In passato le società di rating hanno commesso errori macroscopici, basterebbe pensare che il merito di credito assegnato alla Lehman era massimo. Quell’errore di valutazione ha pesato moltissimo sui fondi pensione in diversi Stati. La prudenza è stata tradita perché a fronte di un rendimento minimo i portafogli furono esposti ad un rischio massimo; naturalmente per questo nessuno ha pagato anzi la credibilità delle agenzie di rating non è stata minimamente intaccata.

In giro per il mondo ci sono derivati per un nozionale pari ad almeno 10 volte il PIL mondiale, ma di questo nessuno sembra preoccuparsi, ed inspiegabilmente l’attenzione si concentra sul debito sovrano di un Paese che è tra i primi sette Paesi industrializzati del mondo, con un patrimonio distribuito tra i privati cittadini pari al doppio del debito. Forse è per questo che in giro per il mondo molti invidiano questo Paese di Bengodi con lo Stato che si indebita ed i cittadini che si arricchiscono.

articolo pubblicato il: 30/09/2018 ultima modifica: 12/10/2018

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