LaFolla.it - Campigli amava il numero "8"
periodico di politica e cultura 21 agosto 2018   |   anno XVIII
direttori: A. Degli Abeti e G.V.R. Martinelli - fondato il 1/12/01 - reg. Trib. di Roma n 559/02 - tutte le collaborazioni sono a titolo gratuito
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arte e mostre: alla Galerie Bordas di Venezia

Campigli amava il numero "8"

di Michele De Luca

“C’è sempre una forma ad otto che mi vien fatta: può diventare un busto a clessidra o anche una testa sopra una scollatura”; è una frase di Massimo Campigli (pseudonimo di Max Ihlenfeldt; Berlino 1895 – Saint Tropez 1971) citata da Carlo Giacomazzi nel suo articolo commemorativo intitolato “Amava il numero 8” su “La Fiera Letteraria” dell’aprile 1973. Tra gli artisti più rappresentativi del Novecento italiano, Campigli si formò come autodidatta, iniziando a dipingere nel 1919 quando, come inviato del “Corriere della Sera”, si trasferì a Parigi. Nella capitale francese si trattenne fino al 1939 e fu qui, recependo gli stimoli dell’allora capitale internazionale dell’arte, che nel 1926 formò il gruppo dei “Sette Italiani di Parigi” con De Chirico, De Pisis, Perisce, Savinio, Severini e Tozzi. In questi anni sviluppa quel caratteristico linguaggio che ha affermato la sua ricerca artistica fatta di una pittura che si pronuncia attraverso un arcaismo evidente e ricercato, dove si assapora la lettura di modelli antichi quali l’arte egizia, etrusca, pompeiana e bizantina. Forgiò, quindi, una maniera stilistica che fu tutta sua, in cui la sottile evocazione preziosa di tali motivi archeologici, manifestati attraverso un’ingenuità e una semplicità volute e apparenti, si presenta in un’ampia variazione di archetipi figurali, che dalla fresca rilettura contemporanea lasciavano intuire anche il senso di una memoria radicata e colma di visioni e rimandi, in un sostrato di sottile e velata ironia, avvalendosi di una tecnica raffinatissima di cromie ottenute con le terre che rendono il colore, morbido e consistente.

Grande fu la sua produzione grafica che, dal 10 giugno al 7 luglio (vernissage, sabato 9 giugno) può essere ammirata alla Galerie Bordas di Venezia (San Marco 1994b, a due passi dal Teatro La Fenice) in una bella mostra curata da Hervé Bordas e Domenico Brancale (“Massimo Cmpigli. Opera grafica”; catalogo in galleria a cura dello stesso Bordas) che propone un’accurata selezione di litografie originali, da quelle per le liriche di Saffo a quelle per il “Lamento del Gabelliere” di Raffaele Carrieri, al libro “Theseus” di André Gide (stampato da Piero Fornasetti). E in queste litografie quel numero “8”, in cui il maestro stilizzava nel suo modo originale la figura femminile, viene esaltata da quella che per lui era l’archetipo mitizzato e trasfigurato della donna che in lui si impresse, fin da bambino, come egli stesso racconta nel suo volumetto “Scrupoli”, Edizioni del Cavallino, Venezia 1955, curato da Carlo Cardazzo, in cui, tra l’altro scriveva: “Non sono in buoni rapporti con la mia pittura... Mi è difficile farmi ubbidire... non posso che influenzarla che a poco a poco”. Annotava tra l’altro, Campigli: “Io da bambino al museo mi innamoravo. Delle statue, soprattutto dei busti (anche perché ignoravo tutto del mistero delle gambe). Me le portavo via nel cuore queste innamorate e ne popolavo le storie che vivevo nella mia immaginazione … Mi formai della donna un’idea esaltata. Al museo trovavo la donna scolpita e dipinta, più che mai adorabile ma anche meno inquietante della donna viva”.

Le grafiche di Campigli che la bella e raffinata mostra della Galerie Bordas ci ripropone sono opere popolate da donne, tante donne, elegantissime, ingioiellate, eppure prigioniere, nelle quali si cela il mistero nell’arte di questo artista che ha attraversato circa mezzo secolo dell’arte del secolo appena archiviato, che rimangono a documentare l’intero percorso dell’artista, dagli anni venti agli anni sessanta, quando le sue iconografie tipiche, figure femminili racchiuse in sagome arcaiche di grande suggestione simbolica, divengono esplicite meditazioni sull’archetipo femminile, sempre in equilibrio fra ingenuità e cultura, con una stilizzazione geometrica che rende personalissima la sua maniera. Nella sua pittura e nella sua grafica, di uomo solitario e schivo, si intrecciano geometrie e magie, memorie e simboli (si ricorda che lesse Freud e Jung in lingua originale); fu anche scrittore raffinato e riservato. Per conoscere l’artista e la sua ossessione dell’immagine femminile bisogna ricondursi ad aspetti strettamente biografici, da lui vissuti e sofferti. Ben significativa in proposito rimane una sua analisi introspettiva: “Non mi sono mai rifugiato nel sogno, nell’infantilismo, ci sono semplicemente rimasto, non ne sono mai uscito”.

Nella sua bella testimonianza che si può leggere nel catalogo, Renato Cardazzo (fratello di Carlo), rievoca il ricco e intenso rapporto di Campigli con Venezia, dove l’artista si trasferì nel 1943 e abitò a Dorsoduro nella casa di Diego Valeri, e ricorda la bella stagione della galleria “Il Cavallino” (che sorgeva – come scrive – in Riva degli Schiavoni, “dove ora è sorta quella brutta costruzione quale “dependance” dell’hotel Danieli”), nella cui piccola stamperia sono nate le prime litografie di De Pisis, Carrà, Capogrossi, Guidi, Scanavino, Bacci, Tancredi. E di Campigli, le cui litografie erano tutte disegnate su pietra dove lui aveva la possibilità, con punte di acciaio, di levare qualche magnifico “bianco”. Aveva inoltre già illustrato il “Marco Polo“, oggi introvabile perfino in antiquariato, e nel 1944, per le edizioni del Cavallino, le “Liriche di Saffo”. Scrive Cardazzo: “Fra gli artisti italiani che si sono dedicati alla litografia e che io ho conosciuto, non ho dubbi nell’indicare in Campigli il più serio e il più preparato tecnicamente”.

articolo pubblicato il: 03/06/2018

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