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tutti a (in) c(lasse)asa
di Luigi Dicuonzo

A sessant'anni da quel tragico dopo otto settembre '43, cosa resta, nel nostro Paese, nella nostra cultura, nelle nostre Istituzioni, di quella pregnanza emotiva e rassicurante del "Tutti a casa" che, a capo del disastroso disorientamento militare, civile e sociale, seguito all'Armistizio dell'Italia con gli Angloamericani, consentì un rientro fortunoso, avventuroso e, in qualche caso, finanche drammatico, di molti nostri soldati nella propria famiglia? Non fu ordine di altissimi graduati di responsabili organi superiori ad attenti e fedeli esecutori subalterni. Fu decisione di uomini inquadrati in schemi ideologici finalizzati alla costituzione di persone "aduse ad obbedir tacendo " che, sulla lunghezza d'onde di radio fante, agganciarono quella ciambella di salvataggio per garantire la propria pelle più che impegnarsi a difendere una Patria svenduta dall'arroganza narcisistica di un duce fascista e dalla cecità di un umile servitore - maggiordomo del regime che aveva dimenticato i fasti e le glorie degli antenati di casa Savoia. Nell'unica e più salda istituzione, naturale e giuridica, pensata e fondata in forza di un'intelligenza creativa che caratterizza l'evoluzione umana - la famiglia -, sacralizzata, per altro, da saldi principi morali se non più propriamente religiosi, i superstiti del glorioso esercito regio italiano che, nel loro DNA di nuovi soldati fascisti, impegnati ad affermare un conclamato "diritto naturale all'espansione", portavano i segni più atroci delle disfatte delle Campagne d'Africa, di Spagna, di Grecia, di Russia e d'Africa Orientale, trovarono scampo a quel triste destino di morte cui erano stati condannati da chi, per sedersi al tavolo dei vincitori, era fermamente convinto che, gli uomini, sono pezzi preziosi più da morti che non da vivi. Quel "Tutti a casa", storicizzato e temporizzato egregiamente dall'ideazione cinematografica di Luigi Comencini, reso più imperativo etico che non slogan opportunistico, equivalente di un "si salvi chi può", dall'interpretazione artistica di Alberto Sordi, per aver senso e ragione in campo pedagogico, oggi, si deve tramutare, così come in più parti del mondo è già avvenuto, in " Tutti in... strada". E' lì che, "gli Angeli, danno appuntamento e non nelle case dove noi ci nascondiamo", giusto per riaffermare quel forte messaggio - consegna, lasciatoci in eredità da Giorgio Gaber quando ci ricordava che "la libertà non è star sopra un albero e, nemmeno, un volo di un moscone". "La libertà", diceva, "è uno stato libero, libertà è...partecipazione".

Si registra, invece, da noi, una forte inversione di tendenza che mira ad interpretare quel "Tutti a casa" come un voler (ri)ordinare, la contemporaneità, tenendo d'occhio forme e categorie obsolete di un esercizio del potere autoritario miseramente fallito per autofagocitazione. Naturalmente non si esplicita, questo subdolo progetto, con parole, chiare e ben definite di serie programmazioni. Anzi, sempre più spesso, le programmazioni, si nascondono dietro fumose trovate retoriche e logorroiche. Si propagandano con spot pubblicitari, con slogan persuasivi, con false ritualità democratiche, più attente alle formalità che non ai contenuti, con efficientismi di facciata che mirano a rendere più competitivo un qualsiasi prodotto, anche il più insignificante, nell'agone di un mercato globale.

Per essere più chiari e più espliciti, basta dare uno sguardo all'Istituzione Scuola, alla sua maldigerita identità di "Comunità che interagisce con la più vasta comunità civile e sociale", cosi come dettano, celebrativamente, i Decreti delegati del Maggio 1974. Organi collegiali, contratti educativi e formativi, piani di offerta formativa, pof, comitati studenteschi, assemblee di classe, di corso, d'istituto, incontri scuola - famiglia, documenti del 15 maggio (florilegio scopiazzato di inutili storie di classi finali, sotto stress d'esame di stato, scritte collegialmente dagli stessi docenti che, indossate le vesti di esaminatori, devono fingere di rileggerle e di capirle in sede d'esame!). Manager. Fulmine a ciel sereno in quel cocktail di parziale sapore partecipativo che utilizza linguaggi, per così dire, di marca democratica, con lo specifico scopo di tramutare la legale identità di Comunità, conquistata con anni di lotta e di regolari contrattazioni, in una non ben definita nuova identità di Azienda, con promozione a largo spettro affidata alle "tre I".

A livello della Sanità, si è agito con maggiore serietà. Senza cambiare granché del servizio da rendere ai cittadini. Si è trasformata l'Unità Sanitaria Locale, la USL, in ASL, Azienda sanitaria locale impacchettandola adeguatamente prima di affidarla nelle mani esperte di solerti ed efficienti Manager.

A Milano, il più famoso ristorante della pugliesità, è La Porta Rossa di Chechele e Nennella. Due Manager della ristorazione che, con la pubblicità dello Jagermeister e della Pizza, hanno fatto fortuna senza dimenticare mai le loro origini garganiche, importando dalla nativa Apricena, i prodotti più genuini della cucina pugliese. La loro Porta Rossa è diventato ritrovo pressoché naturale di gruppi di intellettuali e artisti non solo pugliesi. Hanno ideato finanche un Premio Milano per aprire quel caratteristico locale a tutti ed hanno affidato al colore rosso vivo della loro Porta la funzione di richiamo per un concreto e produttivo stare insieme. Vi si accede direttamente dalla strada sotto i portici di Viale Vittor Pisani .

Non si riesce a capire la vera ragione della preferenza per il colore rosso delle porte che separano gli ambienti di lavoro didattico della Comunità scuola da quelli "pensanti" dei nuovi Manager in molte scuole, nello stesso habitat, nel quale circola aria di cultura, informazione e formazione. Spesso sono serrate a doppia mandata. Sarà, forse, per questo che, a volte, é più facile sentir dire "Entro cinque minuti, Tutti in classe!". O non sarà che, svuotati del senso democratico originario, gli organi collegiali e tutte le organizzazioni collaterali, debbano essere, di necessità, assimilati alle grandi adunate di storica memoria, nelle quali i Manager, pardon, i Federali erano coadiuvati da validi ed efficienti mazzieri, forse, più noti con il giusto appellativo di squadristi?

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