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editoriale
politica e giustizia
di Gabriele V. R. Martinelli

Gli italiani hanno iniziato il 2003 temendo (e poi vivendo sui mass media) la guerra in Irak, mentre un'altra guerra, sia pur senza bombardamenti, stava per iniziare qui da noi. E' una guerra che ha radici lontane, dalle battaglie per la conquista della SME e della Mondadori e, come l'Irak con il Desert Storm, trova il suo diretto antecedente in quella guerra civile con pochi morti (Cagliari, Moroni, Gardini) ma pur con tanti "cadaveri" che fu la stagione di Mani Pulite.

Aprile si è chiuso con la condanna di Cesare Previti; non vogliamo né possiamo entrare nel giudizio della Magistratura, ma è certo che (con tutti i distinguo del caso) la sentenza avrà da un punto di vista emotivo l'effetto della bomba sganciata su Bagdad pochi minuti dopo lo scadere dell'ultimatum americano.

Ricominciano le ostilità in pieno semestre di presidenza italiana della UE, con il prevedibile impatto sull'opinione pubblica europea, mentre si tratta di contenere le manie di grandeur di una Francia vogliosa di rivalsa dopo gli "schiaffoni" di Bush. Déjà vu. Basta ricordare l'avviso di garanzia ad un Presidente del Consiglio intento a parlare di giustizia e sicurezza ai grandi del mondo suoi ospiti, per prevedere che sarà una battaglia senza esclusione di colpi.

E' ovvio che chi è colpevole (se veramente lo è) debba essere condannato e che non sarebbe sbagliato se la legge prevedesse specifiche aggravanti per i magistrati che, eventualmente commettendo reati, infangano la loro alta funzione. Ciò che non è condivisibile e tutt'altro che condiviso è l'uso politico delle manette, lo sperare che la condanna di un politico possa tornare utile ai suoi avversari.

In un Paese normale (per parafrasare D'Alema), politica e giustizia dovrebbero restare rigorosamente divise. Qui da noi, purtroppo, il solo caso in cui una condanna non ha avuto ripercussioni politiche fu quella del segretario socialdemocratico Tanassi, ma erano altri tempi; forse era per la Guerra fredda, forse c'erano magistrati più restii a parlare davanti ai cronisti (chi si ricorda di Giannantonio, il Di Pietro degli anni sessanta?) e non certo accusabili, sia pur ingenerosamente, di "vocazione al soubrettismo".

Purtroppo esponenti di centrodestra si sentono in una fortezza assediata e politici di centrosinistra sperano che la Magistratura faccia quello che gli elettori non hanno voluto fare. Loro stessi, in cinque anni di legislatura e due di governo Dini, non hanno saputo risolvere il cosiddetto "conflitto d'interessi" (ma forse speravano di sbandierarlo ad libitum a mo' di clava) né dimostrano oggi di saper trovare una linea comune al proprio interno sulle questioni di effettiva rilevanza (come la riforma del mercato del lavoro).

Ultimamente, non trovando di meglio per attaccare, qualcuno ha sparso la voce che Berlusconi fosse cornuto e c'era chi, con assoluta serietà, era pronto ad argomentare che la cosa fosse "un fatto politico", perché "la moglie è l'unica persona del suo entourage disposta ad esprimere le proprie opinioni". Come tutti sanno, il "Grande Comunicatore" spiazzò i maldicenti in diretta televisiva. E' un vecchio vizio italiano quello di demolire un avversario, sia pur il vicino di casa troppo seccante, affermando, nell'ordine, che "ha le corna", "è omosessuale", "porta jella". Se non fosse scoppiata questa seconda guerra dei tribunali, prima o poi, non trovando altre munizioni, qualcuno avrebbe messo in giro la terza voce (dare dell'omosessuale oggi non è politicamente corretto).

Ma la guerra è ormai scoppiata e tutti si affrettano a buttarsi sulla "ciccia" con esternazioni e dichiarazioni (commovente quella di Boselli). La speranza dell'antico cronista in una di quelle che una volta venivano definite "regioni rosse" e che non ci si venga a dire che "i progressisti hanno le mani pulite" (i comunisti ormai sono pochi e lo slogan suonerebbe d'antan).

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