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cultura
la linea d'orizzonte tra Carne e Cielo
di Paolo Scrima

Ci sono libri da leggere tutti d’un fiato e libri da gustare a poco a dopo pagina dopo pagina, con calma. La silloge di poesie “La linea d’orizzonte tra Carne e Cielo” (Edizioni La Zisa, pagg. 74 , € 4) di Davide Romano (davide.romano@tin.it) e Salvatore Insenga è uno di questi. Un volumetto costituito da due raccolte di versi: “Della perduta verginità” del primo e “L’amante borghese” (Appunti sparsi) del secondo.

Certo può sembrare strano che all’inizio del terzo millennio, in viaggio verso un futuro che si preannuncia ancor più disumano del presente agitando lo spettro di una globalizzazione del mercimonio, questi due “novissimi” osino sfidare il conformismo dei nuovi schiavi scrivendo versi che quasi esclusivamente parlano d’amore e che della signoria (e della tirannide) di Amore fanno il centro gravitazionale di ogni moto dell’anima, di ogni immagine, di ogni parola.

Può sembrare strano, ma la poesia, pur non indenne dalle mutazioni storiche, quando è pura, quando si fa voce che sgorga “de profundis” non può non evocare un sia pur fioco barlume di assoluto nascosto tra le pieghe e gli anfratti di una sofferta esperienza esistenziale.

Né si tratta di rigurgiti romantici, di vieto e bolso sentimentalismo, di grezzo autobiografismo, ma piuttosto, di qualcosa che, non certo per ragioni di stile (che nei nostri si appropria delle ormai collaudate articolazioni della sintassi poetica novecentesca), bensì per l’idea fondante ormai richiama la tendenza della nostra più antica poesia a condensare nel modo di concepire e trattare l’amore, tutta una concezione della vita e del mondo.

L’amore è, appunto, la corda che fa vibrare l’universo poetico di entrambe le raccolte che, non a caso, convivono perfettamente nel medesimo libro in quanto sia per l’uno che per l’altro autore l’esperienza erotica, al di là delle risonanze patetiche e dei fluttuanti stati d’animo che essa genera, è, oltre che strumento e occasione di autoanalisi, l’oracolo da cui si attende risposta a domande fondamentali sul Sé nel suo rapportarsi all’altro, sul significato stesso del vivere e del morire, del mondo e dell’essere nel mondo.

Pertanto l’eros, pur conservando intatta la propria identità psicosomatica, mai dissimulata anzi generosamente confessata, a volte gridata, si carica di una connotazione semantica che ne dilata a dismisura lo spessore fino a presentarsi come la grande scommessa in cui ci si mette totalmente in gioco, la carta su cui tutto puntare accettando fino in fondo il rischio di una scandalosa compromissione in un nome di un ardente estremismo giovanile: o tutto o niente, senza alcuna possibilità di mediazione o di mezzi termini.

Nella raccolta “Della perduta verginità” di Davide Romano la ricerca di un senso preciso nella fenomenologia di un’esperienza amorosa enigmatica e disarmante s’intreccia alla tensione nostalgica verso il recupero di una mitica condizione edenica ove l’anima riscopra le armoniose movenze del suo “corpo di bimba che danza”.

Nelle liriche raccolte sotto il titolo “L’amante borghese”(Appunti sparsi) di Salvatore Insenga, invece, il linguaggio dell’eros predilige immagini più corpose e “realistiche” e appare dettato, non di rado, da un vero e proprio “furor”; ma questo non è mai disgiunto dalla piena consapevolezza della tragica ambiguità del gesto erotico; amare è cercare, attraverso l’unione dei corpi, una perfetta fusione di anime; ma è anche, paradossalmente, obbedire a un “cupio dissolvi” nella ossessiva ripetizione del gesto fisico che sottintende la fatale convinzione della propria nullità di fronte alla grandezza del vero amore.

Dunque due modi di cantare l’amore accomunati da una sorta di misticismo erotico analogo, per la sua sofferta serietà, al misticismo religioso.

Di qui il senso del titolo del libro – “La linea d’orizzonte tra Carne e Cielo” – in cui si possono legittimamente riconoscere le due voci che lo compongono.

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