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a Teheran, 24 anni dopo
di Manlio Morandi


Lo Scià è in fuga
il popolo in festa
da un articolo di BERNARDO VALLI ( LA REPUBBLICA,17 GENNAIO 1979)
TEHERAN - Reza Pahlevi se n'è andato. Alle 13.08 l'aereo imperiale si è involato, puntando sull'Egitto. Alle 16 non c'erano più statue dello Scià sui piedistalli, nella capitale in festa.
La folla abbatte i monumenti della dinastia Pahlevi, come se la monarchia fosse finita. Quando la radio ha dato la notizia della partenza, trenta minuti dopo il decollo, gli automobilisti hanno acceso i fari e hanno cominciato a suonare i clacson. In tutti i quartieri si sono formati cortei. "Il nemico del popolo è fuggito", "lo Scià ha raggiunto lo sposo infedele Jimmy Carter", "dopo la fuga dello Scià quella degli americani": questi sono gli slogan ancora scanditi per le strade, a tarda sera, mentre si avvicina l'ora del coprifuoco, che oggi rischia di non essere rispettato.
Nella capitale centinaia di migliaia di persone si salutano con l'indice e il medio tesi, in segno di vittoria, si abbracciano, invocano il ritorno di Khomeini, il capo religioso disarmato, che in un anno, lanciando proclami dall'esilio, ha costretto Reza Pahlevi ad abbandonare il trono. L'esercito si è ritirato nelle caserme lasciando qualche unità davanti all'ambasciata americana (la sola ad essere protetta), ai ministeri e al Parlamento. La folla pensa che il sovrano non ritornerà mai più.
Lo Scià ha cercato di imporre alla sua partenza ritmi non troppo affrettati. Il protocollo è stato rispettato. Venticinque anni fa, incalzato da Mossadeq, il primo ministro che gli imponeva il rispetto della Costituzione, Reza Pahlevi fuggì con la moglie d'allora, Soraya, a bordo di un piccolo aereo, prima a Bagdad e poi a Roma. Questa volta, prima di lasciare in elicottero la residenza di Niavaran, il suo "palazzo d'inverno", ha salutato i nove membri del Consiglio di reggenza, i cortigiani e persino i cuochi. Più tardi, ai piedi della scaletta del Boeing 727, c'erano il primo ministro Sciapur Bakhtian, il ministro di corte Ardalan, il presidente della Camera Djavad Said.
I pochi giornalisti iraniani ammessi nel recinto dell'aeroporto hanno descritto Reza Pahlevi e Farah Diba pallidi, tesi, vestiti con abiti sobri. Rispettando la tradizione, lo Scià e la moglie sono passati sotto il Corano, tenuto da un cortigiano per augurare buon viaggio.
Prima di entrare nell'aereo, il sovrano avrebbe afferrato il libro sacro dell'Islam e l'avrebbe baciato, trattenendo a stento le lacrime.
Ad eccezione dei pochi fedeli che hanno assistito alla partenza nessuno ha visto lo Scià "andarsene in vacanza".
La televisione non ha diffuso le immagini del sovrano che lascia l'Iran. Sugli schermi appaiono stasera soltanto alberi coperti di neve o film di repertorio. Soltanto la radio ha trasmesso le ultime parole pronunciate da Reza Pahlevi, prima del decollo(...) "Quanto tempo resterà all'estero?", gli ha chiesto il radiocronista. "Sono molto stanco. Fino a quando non mi sarò rimesso, resterò all'estero. La prima tappa sarà Assuan". La Sciabanu Farah Diba è stata ancora più laconica: "Credo nella saggezza e nella forza del popolo".
A questo punto, mentre i motori del Boeing erano già accesi, il cronista è scoppiato in singhiozzi e ha detto: "Speriamo che lei ritorni presto".
Sono le sole parole di augurio al sovrano che ho udito oggi a Teheran. Ecco alcune immagini che ho raccolto in questa giornata, non ancora conclusa, nella capitale invasa da una folla sempre più densa. Sulla piazza Pahlevi, mentre la radio trasmette ancora la voce spezzata dello Scià, un centinaio di giovani divelgono la sua statua. Si forma un corteo. Il monumento viene trascinato con un cavo di ferro per le strade del quartiere settentrionale della città. La folla si infittisce e grida: "Impicchiamo lo Scià".
Mezz'ora dopo la statua penzola da un cavalcavia. (...)
Sulla via Reza Scià, una delle vie principali di Teheran, gruppi di ragazzi mi mostrano banconote da venti rials (duecento lire) dalle quali hanno ritagliato l'immagine dello Scià. Reza Pahlevi è partito da poco più di un'ora e le edizioni straordinarie dei giornali sono già in vendita, con titoli neri, corvini, enormi sulle prime pagine. "Il re se n'è andato". (...)Sulla piazza Ferdosi, la statua del poeta iraniano è coperta di ritratti di Khomeini. (...) l
(17 gennaio 1979)

giugno 2003

Dopo 24 anni la civiltà forse sta per tornare in Iran. Un Re, che aveva sposato l’occidente, spodestato da un fanatico cullato in Francia per tanto, troppo tempo, forse avrà la sua postuma rivincita. Il ruolo della Francia anche in questo tragico ed epocale evento ha il suo peso. Protettrice di Khomeini, neutrale ma non troppo nella guerra contro il massacratore dell’Iraq, la Francia ha assunto ed assume un ruolo ambiguo rispetto alle decisioni dell’occidente. Non è tanto la mania, assolutamente ingiustificata di “grandeur” di De Gaulliana memoria ma è l’interesse antistorico che questa nazione, in contrasto con la civiltà occidentale, alimenta, fregandosene della NATO, dell’ONU e degli accordi europei.

E’ di questi giorni la cronaca che vede gli studenti universitari di Teheran ma non solo, manifestare per le vie contro il regime degli ayatollah. Sono giovani vestiti con magliette e jeans che ricordano vivaddio i nostri ragazzi. Naturalmente c’è chi denuncia le solite manovre degli americani che avrebbero fomentato queste manifestazioni. Io credo che la voglia di libertà è nata dalla sconfitta degli aguzzini iracheni dando la forza a questi ragazzi di venire allo scoperto e di mandare a quel paese questi santoni mummificati che continuano a professare l’odio e a negare la civiltà, nascondendosi dietro una estremizzata interpretazione della loro religione. Queste brevi note le ho scritte in concomitanza con i primissimi moti di piazza dei giovani studenti iraniani. La sensazione che qualcosa di importante stava per avvenire è stata immediata. Da troppo tempo il regime iraniano non dava spazio ad una minima forma di protesta. Gli studenti sono il termometro di una nazione e la loro protesta è spesso l’inizio di un cambiamento. Non va negato che molte volte i moti non sono proprio spontanei ma questo ha riguardato e riguarda quelli ispirati dalla sinistra che ha molta esperienza e facilità nell’ aggregare i sempre scontenti ( anche se i sempre scontenti hanno le loro buone ragioni per esserlo ).

Sono passati solo pochi giorni dalla prima protesta dei giovani iraniani che improvvisamente, guarda caso, in Francia vengono arrestati, con l’accusa di terrorismo, ben 200 rifugiati politici iraniani, contrari agli ayatollah, integralisti e marxisti. Che combinazione! Sono circa 20 anni che Parigi ospita questi personaggi, conoscendo le loro idee politiche e religiose ma soltanto ora si accorge che sono potenzialmente terroristi e che potrebbero approfittare del momento di sbandamento politico in Iran. La cara vecchia Francia non finirà mai di stupirci. Un altro bel favore reso agli eredi di Khomeini. Ora il regime iraniano dovrà occuparsi solo dei giovani studenti, usando la mano forte, come purtroppo sta facendo e non avrà altri timori che qualcuno possa ripetere quanto fece Khomeini, che calò dalla Francia al momento giusto. Speriamo che gli studenti tengano duro, alla faccia del governo francese e che non debbano pagare con il sangue il loro sacrosanto dritto di riavvicinarsi ai paesi civili. Viva la Francia!

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