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la soap opera della famiglia europea
di Piero Pastoretto

La metafora più appropriata che sono riuscito a trovare per l’UE è quella di una telenovela che narra le vicende di una ricca famiglia tenuta insieme dall’interesse economico, ma divisa tra i suoi membri da gelosie, ripicche e odi. In realtà questa mi sembra l’esatta situazione della famiglia Europa, che esiste de iure ma non de facto. Mi limiterò a prendere in considerazione elementi tanto conosciuti che sono sotto gli occhi di tutti, e forse per questo sfuggono ad un’analisi appropriata.

L’Europa non è un monolite, ma il frutto di un caleidoscopio alquanto disorganico di edifici; è pur sempre il retaggio di una situazione passata di predominio di grandi potenze – la Francia e la Germania, che nutrono ancora ambizioni di egemonia politica – e di potenze minori che non ne accettano la leadership. Attualmente, e lo si è visto nelle prese di posizione relative alla questione irachena, osserviamo un blocco franco tedesco (indipendentemente dai partiti al potere, la destra a Parigi e la sinistra a Berlino) appoggiato dai Paesi Bassi; una posizione britannica che con spregiudicatezza gioca su due tavoli, uno oltre Atlantico ed uno continentale (l’Inghilterra non ha aderito all’euro); un blocco latino formato da Italia, Spagna e Portogallo ed a cui partecipa l’Irlanda, anch’esso, in misura minore del Regno Unito, legato da rapporti di solidarietà con gli Stati Uniti.

L’Italia, in particolare, sta svolgendo anche una politica molto dinamica anche verso l’oriente slavo dei paesi appena entrati nell’Unione e di quelli che aspirano ad entrarvi, come la Turchia.

Quando il processo di aggregazione sarà completato, nella casa Europa saranno presenti tre grandi unità etniche: quella latina, quella germanica e quella slava, costituita dai “parenti poveri” che nel passato hanno conosciuto percorsi storici assai disomogenei, ed oggi soffrono di situazioni economiche e sociali poco meno che disastrose rispetto a quelle dei loro cugini occidentali. La Spagna inoltre è fortemente attratta da una politica sudamericana con le sue ex colonie, di cui praticamente ha il monopolio, l’Italia invece è tra gli Stati europei quello che maggiormente intrattiene contatti con i paesi islamici dell’Africa settentrionale, la Libia in primo luogo, mentre la Francia orienta la propria politica economica e petrolifera verso la regione medio orientale; e ciò spiega l’ostilità verso la guerra contro l’Iraq.

Con questi dati di fatto e con tali prospettive, in cui ogni nazione coltiva il suo “particulare” guicciardiniano, pretendere che tutte le decisioni più importanti di politica interna ed estera vengano prese dai venticinque Stati in spirito di concordia ed unità imporrebbe almeno che cambiassimo il nome del nostro continente e lo chiamassimo Utopia come la celebre isola di Tommaso Moro. Un organismo che si riduce ad essere un supermercato economico (tra i suoi partner, perché nei rapporti con gli altri continenti le varie economie statali sono in concorrenza tra di loro), senza un’effettiva autorità centrale che ne coordini una politica interna, una politica estera e delle forze militari comuni, è destinato a contare sempre poco o nulla nel campo planetario. Soprattutto per quanto riguarda un esercito europeo, la cui formazione è sempre fallita, a cominciare dall’UEO degli anni Quaranta fino al CED degli anni Cinquanta. Oggi esiste la volontà di creare l’EUROFOR e l’EUMARFOR, ma i buoni sentimenti ed il lavoro che i militari stanno facendo con un certo impegno si scontreranno inevitabilmente con la volontà egemonica dei governi europei, ed a poco servirà che il comando venga affidato a rotazione ad un generale lussemburghese o lituano, se mancherà una condotta politica comune. Tanto più che già ora i blocchi hanno proceduto per proprio conto a creare delle piccole aggregazioni militari, come il corpo d’armata franco tedesco e la divisione anfibia italo spagnola. Sotto tali prospettive, questo bruco di soggetto politico mondiale che è l’Europa è destinato a non trasformarsi mai in farfalla e tutto il resto sono soltanto delle velleità. Ad esclusivo vantaggio, naturalmente, del contestato ma necessario alleato americano.

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