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editoriale
fin che la barca va
di Carla Santini

Adesso per i mercati non è più la Spagna il Paese che rischia di seguire i passi di Grecia, Irlanda e Portogallo. Il suo posto nella lista di Stati che necessitano di aiuti comunitari per evitare la bancarotta è stato, almeno per il momento occupato dall'Italia.

Tutto ciò avviene quando in Spagna il Governo è dimissionario e si andrà alle elezioni in autunno, mentre da noi non si prevede crisi parlamentare, nonostante le invocazioni di Bersani alle dimissioni e al "passo indietro" che rischiano ogni giorno di apparire vacue litanie.

Sicuramente l'Italia, come ha detto Berlusconi, può contare si tanti punti di forza, a cominciare dalla tradizionale frugalità dei suoi cittadini, aiutata dai tempi di vacche magre in cui viviamo, ma sono cose che non hanno valore nei confronti delle paure dei mercati e degli attacchi degli speculatori. Quanto previsto dalla manovra per quest'anno è già stato vanificato dal crollo della borsa; gli investitori, evidentemente, non si sono fidati delle parole rassicuranti del premier. Il fatto che la crisi sia mondiale non vuol dire "mal comune mezzo gaudio", secondo il vecchio proverbio italiano, semmai "mal comune consolazione dei tonti", come dicono invece gli spagnoli.

In questo quadro la nostra classe politica se ne sta andando tranquillamente in vacanza, come il neo ministro della Giustizia che, dicono, vada per un mese in Polinesia, privandoci per un mese dei continui annunci su riforme "epocali", o i soliti amanti della vela, che, in maniera del tutto bipartisan, si stanno imbarcando, se non lo hanno già fatto. Altri si stanno preparando per il tradizionale pellegrinaggio , anche questo bipartisan, all'estero; data la situazione, avrebbero fatto meglio a rimanere a Roma, magari andando a pregare al santuario cittadino del Divino Amore che tante grazie ha elargito nei secoli ai suoi devoti.

Nel frattempo aumenta il prezzo delle materie prime così necessarie alla nostra economia e tanti investitori si rifugiano nell'oro, che ha superato, per la prima volta nella storia, i milleseicento dollari l'oncia al cambio immediato; non si prevede che il prezzo possa, nel prossimo futuro, scendere, ma semmai continuare a salire.

I costi della politica non accennano a scendere e ognuno tende ad addossarne all'altro la responsabilità. Abbiamo scoperto con sollievo che il parco macchine del Quirinale non è di quaranta autovetture, come perfidamente affermato dal leghista Reguzzoni, ma solo di trentacinque, come appare nella smentita della Segreteria Generale. Ma sappiamo che le ex alte cariche dello Stato hanno diritto, vita natural durante, a certi benefit di cui non si capisce il perché.

Fra pochi giorni non ci saranno nemmeno più i battibecchi dei leader, tutti in meritata vacanza, e le dichiarazioni pro o contro il Governo saranno affidate a qualche politico di mezza tacca che aspetta Ferragosto per mettersi in luce.

Il fatto che Berlusconi e Tremonti abbiano indetto una conferenza stampa con tanto di suspense iniziale (mezz'ora di ritardo) per dire cose che Di Pietro, con la sua consueta, tradizionale finezza, ha definito "fichi secchi" non cambia la sostanza: qualche giorno in più di lavoro del Parlamento, con il trolley pronto, una modifica costituzionale che dovrebbe togliere il valore sociale dell'attività privata (articolo 41) che, sinceramente, non si sa quanto potrebbe interessare gli investitori stranieri. Poco di più.

La realtà è che l'Europa non ha dato risposte tempestive alla crisi di piccoli Paesi come la Grecia (quindici mesi per decidere) e gli speculatori si sono gettati sull'Italia perché, essendo, nonostante i suoi politici di ogni colore, un grande Paese, è più difficile che l'Europa possa fare qualcosa.

articolo pubblicato il: 05/08/2011

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