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editoriale
il Vietnam prossimo venturo
di Gabriele V. R. Martinelli

L'impegno statunitense nel Vietnam , che giunse a contare nel 1969 più di mezzo milione di soldati presenti, cominciò in sordina, con l'invio di consiglieri militari e l'avvio di operazioni coperte da parte di agenti della CIA. Sembrava una cosetta facile facile, ma finì nel 1975 con il primo, enorme smacco della grande potenza.

L'Italia si è prontamente allineata a Francia e Inghilterra nella decisione ufficiale di mandare consiglieri per addestrare gli insorti libici, ma si può presumere che i nostri servizi segreti siano già laggiù a vedere che succede o magari a fare qualcos'altro. Speriamo che, esattamente cent'anni dopo l'inizio della nostra avventura in Libia, non abbiano luogo altri sbarchi di bersaglieri. Anche allora sembrava una cosetta facile facile, ma, se la guerra durò un anno, la guerriglia durò almeno vent'anni.

Molti anni dopo quel 1911 del "bel suol d'amore", nell'agosto del 1982, i bersaglieri del secondo battaglione "Governolo" sbarcarono in Libano al comando del tenente colonnello Bruno Tosetti, primi soldati italiani ad uscire in formazione di guerra dai confini nazionali dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Si trattò di un'operazione "di pace"; i cingolati M113 furono infatti per l'occasione ridipinti di bianco, così come gli elmetti dei bersaglieri.

Da allora i ragazzi italiani sono andati sempre "in pace", in Bosnia, in Kosovo, in Macedonia, in Mozambico, in Somalia, di nuovo in Libano, in Iraq e in Afganistan, e forse l'elenco non è completo. Qualcuno è tornato in una bara, qualcun altro è tornato menomato nel corpo e nell'animo. Non sono mancate, purtroppo, le quote rosa.

Quello che dà fastidio a molti cittadini, al di là delle personali credenze politiche, è che i Governi italiani, di destra e di sinistra, quando si trovano in certe situazioni tendano sempre a minimizzare, a sdrammatizzare, a tentare di spacciare la guerra per la pace. Qui calzerebbe perfettamente la vecchia battuta di Enzo Biagi "Sì, è incinta, ma appena appena".

Quando D'Alema bombardava allegramente i vicini d'Oltreadriatico, ufficialmente gli aerei italiani erano solo di ricognizione e appoggio (milleduecento o milletrecento azioni), perché Cossutta si dispiaceva che si sapesse. L'uso delle basi non era stato nemmeno per un istante messo in discussione.

Fin dai primi momenti di questa faccenda libica, quando ancora la NATO non era stata coinvolta, La Russa si era affrettato a dichiarare che l'Italia avrebbe messo a disposizione le basi (c'è qualche accordo segreto?), adesso manda i consiglieri militari, in seguito non si sa che avverrà. Il tutto sempre annunciato in tono minore, come se si trattasse di ordinaria amministrazione.

La Libia amministrativamente fu creata dall'Italia e confermata dagli inglesi dopo la guerra; da secoli si tratta di tre entità distinte, Tripolitania, Fezzan e Cirenaica, quest'ultima fortemente connotata dalla presenza capillare della confraternita islamica della Senussia. Non si sa, se gli insorti dovessero prevalere, quanto il nuovo Governo potrebbe essere ben accetto ai tripolini. La speranza è che non si apra una lunga stagione di guerriglia, tipo Vietnam o come quella che funesta la Somalia.

Probabilmente sarebbe stato meglio restarne fuori, ma, se si voleva a tutti i costi schierarsi contro l'ex "grande amico" Gheddafi, bisognava non lasciare a Francia e Inghilterra l'iniziativa politica e militare. Ma l'Italia non è mai in guerra e quindi si accoda, pacificamente, alle guerre degli altri.

articolo pubblicato il: 21/04/2011

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