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arte e mostre
il caleidoscopio del sogno

i lavori di Stefano Curto alla Scola dei Battioro a Venezia

di Michele De Luca

"Se il nero e l'oro sono i colori primari del processo alchemico, è proprio dentro a questi due elementi cromatici che si rinnova la desinenza principale dell'opera di Stefano Curto: il flusso costante del suo lavoro si accosta alla circolarità dell'esperienza alchemica e ritrova nella continuità di una forma a spirale, la rappresentazione dell'ouroburos (il serpente che si mangia la coda) uno dei simboli più accreditati e più ambigui di questa particolare disciplina".

Così ci introduce, suggestivamente, Stefano Cecchetto, con il suo denso critico che appare in catalogo, alla mostra personale di Stefano Curto, patrocinata dall'Assessorato alla Cultura del Comune ed allestita nelle sale espositive della settecentesca Scola dei Battioro e Tiraoro in Campo San Stae a Venezia, che fiancheggia Ca' Pesaro sul Canal Grande a due passi da Rialto. Non solo, ma ci immette nel mondo immaginativo, inconsueto ed originale di un giovane (anagraficamente) quanto maturo e "consapevole" artista di Valdobbiadene, che per la prima volta espone (e si "espone") all'attenzione del pubblico locale e "foresto" che si snoda per campi, calli e fondamente della città lagunare.

La mostra, intitolata "Trama Lucente", allinea otto opere di grandi dimensioni, il riassunto di cinque anni di lavoro intenso, interamente dedicato alla realizzazione di un progetto mirato a concentrare la luce sopra ai grandi pannelli di plexiglass, per poi espanderla attraverso migliaia di gemme e minerali iridescenti in una sorta di caleidoscopio dell'anima.

Guardando questi lavori, dai nomi particolarmente evocativi ("Il nero infinito", "L'oro malato", "Sindone nera", "Il custode dei desideri", "Il distruttore del falso") viene in mente una frase, ardita e "provocaroria", dello scrittore e filosofo francese Jean-Cristophe Bailly: "L'istante è l'unica superficie in cui si manifesta l'eternità"; perché in esse si consuma una perenne metamorfosi, il passaggio infinitesimale tra la vita e la morte, il senso dell'effimero, in cui si rispecchia il grande mistero dell'esistere, dell'apparire e dello scomparire, dell'esserci e del non esserci. Giustamente sottolinea Cecchetto come l'artista, con strumenti creativi del tutto originali, da lui pensati ed utilizzati (che sono i suoi cristalli impenetrabili, abitati soltanto dall'impossibile ed inafferrabile "spazio dei riflessi"), crei dei "vuoti" pronti ad essere riempiti da infiniti pensieri, inimmaginabili approcci dell'anima e dell'emotività: "quelle pietre che rivelano i bagliori dell'infinito, quelle gemme che l'artista utilizza per raccontare le mille storie del proprio vissuto, altro non sono che il caleidoscopio del sogno". In cui specchiarsi, per ritrovare in una fantasmagoria di colori, luci, rifrazioni, frammenti del "proprio" sentire, che viene continuamante stimolato, disarticolato e "disorientato".

C'è insomma il riflesso dell'imprendibilità delle conoscenze, della precarietà delle "certezze", che inducono a considerare il limite degli approcci e dei "giudizi, sul quale però si stacca imperiosa l'esigenza del sogno, del volo pindarico, delle "ragioni" irrazionali che l'anima dell'uomo e dell'artista, tramite la finestra del suo sguardo, reclama ed esige. Tutto ciò in una ricerca che da diversi anni l'artista porta avanti con passione e puntiglioso processo estetico. Nato a Segusino in Provincia di Treviso il 4 febbraio del 1966, dopo gli studi Curto entra a lavorare nell'azienda di famiglia e lì scopre la passione per le pietre, i minerali e le gemme. La parte alchemica del suo lavoro, quel mettere insieme gli elementi materici nella composizione di un'opera singolare e irripetibile, lo spinge a consolidare nuove esperienze visive che poi utilizza per la realizzazione dei suoi manufatti. Intraprende numerosi viaggi soprattutto nei Paesi asiatici per la scoperta di nuovi linguaggi e differenti culture, che aprono i suoi orizzonti e lo mettono in relazione con l'universo infinito e misterioso delle filosofie orientali. Vive e svolge la sua attività artistica nella sua casa studio di Valdobbiadene; qui, nella celebrata terra del prosecco, in un'atmosfera di sereno raccoglimento, lavora alle sue opere come se celebrasse una continua rinascita; come ci dice ancora Cecchetto, la morte simbolica che si perpetua ogni giorno dentro di noi, nella sua indagine culturale ed estetica "prende la forma di un ritorno alle origini non soltanto a livello biologico, ma soprattutto a livello cosmico". In cui la sedimentazione luminosa e cromatica è il riflesso di una dimensione interiore, volta a superare il dato fenomenico per attingere alla fonte dei valori più profondi ed assoluti dell'esistenza.

Venezia
Campo San Stae
Fino al 27 settembre

articolo pubblicato il: 24/08/2010 ultima modifica: 25/08/2010

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