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Atene e i pescecani

l'attacco di grandi speculatori internazionali dietro la crisi greca

di Vittorio Sordini

Il valore di cambio di una valuta rispecchia la capacità all'interno di uno stato di creare ricchezza. Maggiore è la capacità di creare ricchezza maggiore è quindi il tasso di cambio della valuta in relazione alle altre valute in circolazione.

Quando diminuisce la capacità di produrre ricchezza o quando la ricchezza viene mal impiegata o distratta ed indirizzata in sacche improduttive o sperperata, il valore della moneta diminuisce.

Come in una famiglia in cui tutti concorrono a aumentare il reddito disponibile e sono ben attenti alle spese, allora le cose vanno bene; come in una famiglia, quando si spende più di quello che si guadagna o non si guadagna a sufficienza per coprire le spese, allora le cose vanno male.

Quando le spese indispensabili sono superiori a quello che si guadagna esistono solo due alternative : o si riduce il tenore di vita o si trova il sistema di guadagnare a sufficienza. Il fallimento di questi tentativi porta alla bancarotta della famiglia.

Nello Stato la salute dell'economia si misura anche con il valore della moneta; quando le cose vanno male il valore della moneta diminuisce e le oscillazioni negative del cambio si riflettono negativamente sul tenore di vita dei cittadini, perché questi avranno bisogno di maggiori risorse per mantenere il tenore di vita; in altre parole ci vorranno più soldi per comprare le stesse cose.

Nel tentativo di eliminare almeno in parte gli effetti sicuramente negativi della fluttuazione del valore della moneta, alcuni Stati in passato hanno pensato di ancorare il tasso di cambio della propria valuta a quella di un altro Stato avente valuta univocamente riconosciuta stabile, garantendo con delle risorse aggiuntive la stabilità del tasso di cambio tra le due valute. Sicuramente tutti ricorderanno che lo Stato Argentino ancorò il tasso di cambio del peso a quello del dollaro USA.

L'analisi storica degli effetti di tale scelta ci avverte che si tratta di una strada senza ritorno. In altre parole o si mettono a posto i conti o non esiste alternativa al fallimento, perché mantenere fisso il tasso di cambio con una valuta diversa dalla propria ha un costo tanto più elevato quanto più è distante il valore delle due valute.

Tutti gli stati europei che hanno aderito all'Euro hanno fatto questa scelta. Hanno scelto di ancorare l'espressione della propria capacità di produrre ricchezza ad una valuta che non era e non è la propria. Una valuta che non esisteva ed è stata creata artificiosamente: l'euro.

Il sacrificio è stato a dire poco enorme: ci siamo accorti che per mettere in soffitta la nostra povera lira siamo stati costretti a tagliare notevolmente il nostro tenore di vita.

Il vantaggio che ci è stato sempre raccontato da economisti e politici europeisti convinti sarebbe stato quello di poter guardare con maggiore tranquillità al futuro, al riparo da pressioni speculative concretamente possibili contro un singolo Stato. La condizione per poter far parte del gruppo di Stati che hanno adottato l'Euro è rispettare una serie di regole che tra l'altro prevedono un patto di stabilità nel rapporto tra spesa e pil (cioè tra quello che si spende e quello che si produce).

Oggi ci troviamo di fronte alla concretizzazione del concetto astratto con cui si sosteneva l'assoluta esigenza di aderire all'euro.

Uno degli stati membri è sotto attacco della speculazione: se la Grecia non resiste all'attacco speculativo, con i propri mezzi o con l'aiuto delle Istituzioni, saranno veri guai per l'intera "eurozona".

In effetti non basterà che la Grecia resista, ma è importante il modo in cui la speculazione uscirà da questo attacco. Se alla fine dell'attacco gli speculatori usciranno con guadagni più o meno cospicui, il fatto che la Grecia si sia salvata sarà una ben magra consolazione.

Sicuramente i lauti guadagni degli speculatori, permetteranno loro di prendere posizione nell'attesa di qualche altra occasione che potrebbe essere sempre a discapito di qualche altro Stato membro dell'unione europea con i conti non perfettamente in ordine. Di questi tempi con gli effetti della crisi finanziaria che mordono il sociale è veramente difficile tenere duro sui conti pubblici.

Ben altro quadro si presenterebbe se gli speculatori avessero veramente sbagliato i loro conti e si trovassero di fronte ad una reazione congiunta e furiosa degli stati membri dell'Unione Europea, tanto fulminea ed inattesa da costringerli a capitalizzare perdite piuttosto che realizzare guadagni con la chiusura delle posizioni ribassiste sul debito della Grecia; con meno risorse a disposizione gli speculatori ci penserebbero più di due volte prima di riprovarci.

Certo durante la crisi finanziaria che si è sviluppata dopo aver a lungo covato nascondendo la vera situazione sulla solvibilità dei mutui americani, ed altre nefandezze delle quali ora stiamo apprendendo l'esistenza, grazie ai recentissimi interventi del massimo organo di controllo americano, gli speculatori hanno avuto modo di accumulare ingenti ricchezze ai danni dell'intero sistema finanziario mondiale. Forti di queste disponibilità facilmente accumulate ora si sono presentati con un altro obbiettivo di guadagno: non resta che fare il tifo affinché i Governi europei reagiscano e ci diano finalmente la dimostrazione pratica della convenienza di aver aderito alla moneta unica.

articolo pubblicato il: 01/05/2010 ultima modifica: 20/05/2010

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