“Dipingo cose che non possono essere fotografate, frutto dell’immaginazione, un sogno o un impulso inconscio. Fotografo quello che non voglio dipingere, cose che esistono nella realtà”; e ancora: “Una volta fu pubblicato un libro di venti fotografi differenti. Erano differenti come venti quadri raffiguranti lo stesso modello. Una prova, una volta per tutte, dell’adattabilità della macchina fotografica e della sua validità quale mezzo di espressione. E’ l’uomo, quale che sia lo strumento, a creare l’opera d’arte”. Sono parole del grande Man Ray (Philadelphia, USA, 1890 – Parigi 1976), che sanciscono definitivamente la fine di ogni sudditanza o timore riverenziale della fotografia nei confronti di quella che fino ad allora era stata considerata la forma d’arte per eccellenza, e cioè la pittura, con la quale l’artista-pittore e l’artista-fotografo francese, reclamava assoluta autonomia e pari dignità con quella che fino ad allora era stata considerata la sua “sorella minore”.
Sperimentatore poliedrico — pittore, regista e designer oltre che fotografo — Emmanuel Radnitsky sceglie lo pseudonimo Man Ray per unire l'elemento umano al raggio di luce, sviluppando la propria ricerca nell'ambito delle avanguardie d'oltreoceano e dell'ambiente surrealista parigino a fianco di Marcel Duchamp. La ricognizione biografica lascia tuttavia subito il posto al cuore propulsore dell'evento: l'impatto dirompente delle sue invenzioni visive, prime fra tutte le celebri rayografie realizzate senza obiettivo e le solarizzazioni messe a punto con Lee Miller, capaci di trasformare la materia fotografica in pura poesia visiva. Nella sua forsennata ricerca di media alternativi per allentare ancora di più i contatti con la pittura su tela, nel 1914 comprò la sua prima macchina fotografica. Anche qui si risolse nel divenire sperimentatore, pioniere, rivoluzionando il modo di pensare la fotografia. Eseguì così i ritratti fotografici di diversi artisti dell’ambiente da lui frequentato quando si trovava ancora in America. Intorno al 1920 immortalò l’amico Duchamp, travestito da Rrose Sélavy, intorno al 1920. In questi scatti la figura di Duchamp è annullata e moltiplicata nella propria identità. Al ritratto viene negata la tradizionale funzione celebrativa della persona.
Una splendida mostra alla Fondazione Magnani-Rocca di Mamiano di Traversetolo (Parma), a cura di Walter Guadagnini, Mauro Carrera e Stefano Roffi, fa ripercorrere la straordinaria inventiva di un artista, allo stesso tempo fotografo, pittore, ideatore di oggetti e autore di cortometraggi cinematografici, facendoci scoprire anche Man Ray uomo: per Man Ray non esiste infatti distinzione fra arte e vita, fra interesse estetico e sentimentale, fra desiderio e invenzione visiva. Pur mettendo in evidenza le diverse espressioni dello stile dell’artista, talvolta quasi disorientanti nel loro carattere enigmatico, la mostra permette di cogliere gli elementi di continuità nell’opera di Man Ray, le curiosità e le ossessioni che la punteggiano. La mostra attraversa tutta la vita dell’artista: Non si tratta tuttavia di un iter semplicemente cronologico, ma di un percorso articolato in una successione di approfondimenti che hanno per tema la scoperta della vocazione all’arte, il rapporto con gli amici artisti e il contributo alla definizione dell’estetica dadaista e surrealista, l’elaborazione di tecniche fotografiche come la solarizzazione, l’immagine della donna, le sperimentazioni cinematografiche e altri ancora.
Nella capitale francese, il primo committente di Man Ray fu François Picabia, che lo incaricò di fotografare i suoi quadri; cominciò quindi a fotografare gli amici artisti e scrittori dedicandosi al “ritratto d’artista”, un genere che non era nuovo, ma in cui riuscì ad eccellere praticandolo in piena libertà, fuori da ogni schema tradizionale o precostituito. Sempre sospinto da una febbrile ansia di sperimentazione, per “sfruttare” tutte le potenzialità sia tecniche che espressive e linguistiche della fotografia onde servirsene come strumento di creazione artistica, le provava di tutte, ed è egli stesso a raccontarcene qualche episodio: “Posavo semplicemente il negativo in vetro su un foglio di carta fotosensibile steso sul tavolo, alla luce della piccola lanterna rossa; poi per qualche secondo accendevo la lampada appesa al soffitto e sviluppavo le stampe.
Quello di Man Ray è un mondo in cui nulla avviene “per caso”, ma tutto rientra in un rigoroso percorso in cui invenzione e sperimentazione si intrecciano indissolubilmente, in un rapporto simbiotico in cui intuizioni e soluzioni si alimentano vicendevolmente, da quando, a metà degli anni Dieci (in un contesto eccezionalmente stimolante, in cui giganteggiava la figura di Alfred Stieglitz, creatore e animatore di “Camera Work”), con il rifiuto di un professionismo, che rimarrà per lui sempre costante, incamminerà il suo iter di ricerca in una dialettica tra dimensione amatoriale e consapevole partecipazione alle stimolazioni e alle tendenze più innovative delle avanguardie; nel quale continuerà a “fare arte” anche quando, trasferitosi a Parigi, diverrà un importante e celebratissimo fotografo, volendo comunque riuscire a mantenere “quelque chose de la saveur de lénfant, du débutant”. Un rifiuto (come da lui del resto manifestato da tutta l’avanguardia che, negli anni Venti, era “affascinata dalla cultura vernacolare e dalle tecniche fotografiche amatoriali”) che lo porta a preferire, per l’apprendimento e sperimentazione di tecniche fotografiche, un approccio da “autodidatta”, mentre per il disegno e la pittura, non perché convinto della supremazia di quest’ultima nei confronti della “scrittura con la luce”, aveva ritenuto di formarsi in laboratori, atelier e scuole. Anzi, ebbe a riconoscerne una essenza ed una funzione autonoma, originale, per invadere territori che la pittura non riusciva (non poteva) riempire.
articolo pubblicato il: 22/09/2026 ultima modifica: 11/10/2026