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la terza via
di Teddy Martinazzi

A "Porta a porta", che qualcuno ha definito la terza Camera del Parlamento italiano, si è avuto un dibattito sul problema della pacificazione tra ex partigiani ed ex repubblichini, presenti, tra gli altri, il ministro La Russa ed il segretario di Rifondazione comunista Ferrero. Scontate le posizioni politiche tra chi, come La Russa, facendosi forte anche del libro del giornalista di sinistra Pansa "Il sangue dei vinti", parla di pacificazione e di chi, come Ferrero, inneggia alla Resistenza.

Nessuno qui vuole sminuire il valore della Resistenza come elemento fondante della Costituzione, ma arrivare a dire, come su un manifesto di Diliberto, che senza Resistenza non ci sarebbe stata Liberazione, ci sembra francamente eccessivo. La Liberazione l'hanno fatta gli anglo-americani, senza di loro i tedeschi non se ne sarebbero andati molto presto.

Ma il punto è un altro. Il dibattito non ha minimamente toccato un fattore centrale di quel tragico periodo, ovvero il fatto che non tutti i militari italiani che l'otto settembre lasciarono, non capendo che stesse accadendo, le loro caserme, finirono tra i partigiani, i repubblichini o i deportati in Germania (quando non morirono, come a Cefalonia). Molti tornarono semplicemente a casa, magari nascondendosi in soffitte e cantine o rifugiandosi presso lontani parenti di campagna. Allo stesso modo, non tutti tra le migliaia di giovani del Centro-nord chiamati alle armi dalla RSI finirono in montagna a fare i partigiani. Molti semplicemente si nascosero, magari proprio in montagna, ma senza sparare, in attesa dell'arrivo degli Alleati.

Senza voler malignare su quanti, all'indomani del Venticinque aprile, si presentavano davanti agli ufficiali di Alexander per ritirare il brevetto di partigiano e qualcuno di loro, dicono, con ancora ai piedi gli scarponcini da paracadutista della RSI, è un dato di fatto che non tutti furono partigiani o repubblichini; non ci sono dati precisi, ma se si considerano tutti coloro che riuscirono a rientrare fortunosamente dai vari fronti di guerra e quanti erano i giovani in età di leva nel Centro-nord, s'intuisce che furono moltissimi coloro che, nati durante il fascismo o poco prima, educati al mito dell'Impero, non seppero da che parte stare e, senza tema di essere tacciati per vigliacchi, preferirono restare alla finestra, così, solo perché non ci capivano più niente.

Prima o poi qualche trasmissione sul Sessantotto riproporrà lo stesso dualismo fascisti-comunisti. In verità non tutti i giovani che oggi hanno i capelli brizzolati scesero in strada per malmenarsi e anche per spararsi addosso. Molti, democristiani, socialisti e, in misura minore, socialdemocratici, repubblicani e liberali furono lontani dalla violenza. Diciamo pure che la maggioranza dei giovani di quarant'anni fa pensava a studiare e a lavorare, magari discutendo accanitamente, ma senza necessariamente bastonarsi.

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