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cultura
studiare per raccontarla

García Márquez ricorda la sua scuola

di Alessandro Dell'Aira

Marguerite Gentzbittel, preside del Liceo Fénelon di Parigi, meglio nota in Francia come "Madame le Proviseur", nel 1988 pubblicava il saggio autobiografico Dalla parte degli studenti, in cui la scuola è descritta non solo come il luogo della formazione per eccellenza, ma "come l'ambiente della vera partecipazione, in cui si cresce, ci si confronta, si commettono errori, si lotta e accadono piccoli e grandi drammi". Rileggendo oggi Marguerite Gentzbittel non si può non crederle quando afferma, appellandosi a un classico: «La scolarità, com'è concepita oggi, è più o meno così: un raziocinare di adulti, uno spingere verso percorsi lunghi persone divorate dal presente. Shakespeare lo diceva assai bene: "Creeping like snail unwillingly to school" - strisciando come una lumaca per arrivare svogliatamente a scuola...».

È così. I giovani studenti sono sempre stati, sono e saranno sempre divorati dal presente. Gli adulti responsabili li aiutano a resistere a scuola tra le insofferenze. Non c'è niente da fare, e non c'è niente di male: gli studenti più insofferenti, se la scuola non li perde prima del tempo, sono spesso terribili nel presente. Poi quasi tutti vengono fuori alla distanza, L'ex alunno terribile più studiato dagli italiani, Alessandro Manzoni, nel carme giovanile In morte di Carlo Imbonati, ripudiato in età matura, definì «sozzo ovil di mercenario armento» i collegi dei Padri somaschi e barnabiti. Da quella «fetente mangiatoia» era stato costretto a nutrirsi per nove anni, mentre aveva fame e sete di ben altro.

Non c'è scuola, non c'è insegnante che non abbia avuto alunni così. Il ritardo della scuola, la precarietà della scuola, l'entropia della scuola, sono caratteri originali connaturati alla scuola. Non c'è riforma che possa colmare questo divario. Non è che la scuola italiana di oggi sia la scuola più avanzata del mondo. Però c'è modo e modo di avanzare: il taylorismo dell'istruzione e della formazione non fa parte della nostra cultura e finirà per ispessire il divario tra la scuola e il lavoro di casa nostra. Nella scuola europea si condividono dubbi e domande. La scuola nostrana ha bisogno di tempo da riacquistare e recuperare allo studio, di giorni non affannosi, di pause e note staccate, di consigli per la vita diluiti negli insegnamenti. L'orientamento non va scorporato dall'insegnamento, non può sottrarre energie e materia allo studio per negoziare di continuo i moduli e i percorsi individuali al solo scopo di favorire gli incroci tra domanda e offerta. La dispersione scolastica non è solo perdita di studenti. È anche penoso drop-out del sapere dalla scolarità.

A scuola ci si gioca il futuro, fin da piccoli. Il colombiano Gabriel García Márquez, detto Gabo o Gabito, ricorda la scuola montessoriana di Cataca come la migliore, dove «studiare era cosa meravigliosa come giocare a essere vivi». Per gli altri anni trascorsi a scuola la memoria dei buoni maestri prevale in lui sui falsi ricordi. A vent'anni Gabito ha un'illuminazione e lascia l'università, suggestionato da una frase che ha letto da qualche parte, forse in Bernard Shaw: «Fin da piccolo dovetti interrompere la mia educazione per andare a scuola». Ma prima dell'università, i suoi bravi anni tra i banchi se li era sciroppati tutti, alcuni dei quali nel Colegio San José della Compagnia di Gesù a Barranquilla, dove si educavano governatori. Quando giunse il momento di scegliere la scuola secondaria, i suoi genitori discussero molto tra loro, con scarsissima partecipazione di Gabito. Al San José ce lo mandò sua madre, per la ragione capziosa che la scuola americana era un covo di luterani. Suo padre, autodidatta, avrebbe preferito quest'ultima, per via dell'inglese. Alla fine il capofamiglia, che era uomo di rabbie omeriche, non impose il suo punto di vista ma volle che fosse ben chiaro che non aveva detto né sì né no. A Gabito, che aveva tredici anni e temeva la scuola come un carcere, fu riconosciuto il diritto a mugugnare da subito per la disciplina marziale che lo attendeva nella scuola di Barranquilla. Fu lì che imparò che vivere è una cosa meravigliosa nonostante la scuola. A Barranquilla Gabito imparo a memoria le poesie dei classici e dei romantici spagnoli, prendendo il vizio di leggere per recitare e il piacere di chiacchierare con i compagni più grandi. Un vizio che coltivò anche nel Liceo Nazionale di Zipaquirá, dove si trascinò da lumaca fino al 1946, quando, superato brillantemente l'esame, ricevette in premio un libro indimenticabile: le Vite dei filosofi di Diogene Laerzio.

I libri indimenticabili si rileggono di continuo, come le lezioni e gli orientamenti dei buoni maestri. Ma da soli non bastano. Bisogna aver provato almeno un pizzico di insofferenza per la scuola lunga. La scuola è come la vita, ci insegna García Márquez: non è mai quella che si è frequentata ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. Dopo quella bavosa fatica di studente, Gabito si orientò al suo destino di giornalista e scrittore. Quasi senza accorgersene, aveva imparato a cogliere il vero senso e i segni magici della vita. Anche se ammette oggi, a onore di suo padre, che una delle occasioni mancate della sua carriera di studente e di scrittore è stata quella di non avere imparato l'inglese.

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