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storia
lo zafferano alla navellese
di Paolo De Filippis

Chi non conosce ed apprezza un bel risotto alla milanese? In tutta Italia viene servito caldo e profumato, rallegrando la tavola con quel suo colore caratteristico, dato dalla presenza dello zafferano.
Ma non tutti sono a conoscenza che questa specialità in effetti è abruzzese, o meglio navellese: vediamo perché è divenuto invece milanese.
Si narra che, nel lontano 1400, in occasione della costruzione del Duomo in Milano, un giovane operaio si lasciò sfuggire che la madre utilizzava in cucina un materiale impiegato per colorare le vetrate dell'erigendo Duomo. Ai frizzi e lazzi dei compagni di lavoro, il giovane, che per inciso era di Navelli (L'Aquila), prima si schernì, poi fu costretto a vuotare il sacco e svelò che l'ingrediente era lo zafferano. Non l'avesse mai fatto! Da quel giorno, a quel ragazzo, pur stimato per le sue capacità lavorative, fu dato del matto.
Stizzito per le continue celie, si risolse allora a mostrare le proprie ragioni: dopo qualche maldestra prova di cucina fatta nel segreto del proprio semplice alloggio, trovata finalmente la giusta misura per quantità e tempi di cottura, decise di sottoporsi alla grande prova, direttamente nella fabbrica del Duomo.
Un bel giorno, fattosi coraggio, nel momento di pausa dedicato al desinare, estrasse dalla borsa, con malcelata ansia, gli ingredienti per il risotto e cominciò quindi a cuocere, sul fuoco usato per riscaldarsi, il piatto prelibato che tante battute sarcastiche gli aveva fatto soffrire.
Proprio al centro della combriccola, iniziò a gustare il risotto, curando, ora qua ora là, di avvicinarsi con malcelata indifferenza un po' a tutti, per mostrare il colore e soprattutto far sentire il profumo.
Per arrivare al dunque, riuscì con facilità a convincere anche i più recalcitranti, che da quel momento cominciarono a guardare allo zafferano con altri occhi.
Il ragazzo però, se con quel pizzico di pistilli aveva così brillantemente risolto il suo problema, aveva permesso involontariamente ai lombardi di "appropriarsi" del piatto, che da lì a poco fu detto "alla milanese".
Ma questa spezia come era finita a Navelli ?
Sette secoli fa un monaco, Domenico Santucci da Navelli, operava in Ispagna con l'incarico di aiuto inquisitore di Santa Chiesa e fino a qui, per quel che ci interessa, niente di particolare; il monaco però aveva la sana abitudine di girovagare per i prati castigliani alla ricerca di profumi e fiori: ed è lì che trovò lo zafferano (originario dell'Asia Minore) e lo portò con sé al suo ritorno a Navelli per farne dono a compaesani: è da allora che all'avvento dell'autunno le viola distese a zafferano hanno cominciato a vivacizzare il paesaggio montano navellese (Navelli, Barisciano, Caporciano e Prata D'Ansidonia).
Naturalmente, i Navellesi, una volta importata tale prelibatezza, con altruismo hanno permesso a chiunque di coltivarla, ma lo zafferano è un po' bizzarro, difficile di carattere e quando trova veri amici, si affeziona tenacemente, non tradisce, né abbandona: il risultato è che la pianta ha lunga vita solo nella magica atmosfera dell'altipiano navellese: altrove vive di stenti e spesso muore solo dopo un anno o poco più.

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