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arte e mostre
Giovanni Boldini dipinse il piacere

il pittore ferrarese in una grande retrospettiva al MART di Rovereto

di Michele De Luca

Il fascino senza tempo della Belle Époque è arrivato al Mart. I caffè mondani, gli abiti da capogiro, l’eleganza della borghesia, il vaporoso romanticismo dei salotti raccontato dal più grande ritrattista dell’epoca: Giovanni Boldini. A lui è dedicata la nuova grande mostra del museo di Rovereto. 170 opere provenienti da collezioni pubbliche e private, molte delle quali appartenenti al patrimonio del Museo Boldini di Ferrara, chiuso al pubblico dopo il terremoto del 2012. Tra i più virtuosi e fecondi pittori del suo tempo, Boldini coglie l’essenza di un ambiente sfolgorante, di cui è uno dei più importanti protagonisti.

Da Ferrara a Parigi, passando per Firenze e Londra, il maestro italiano studia Raffaello, frequenta i Macchiaioli e il Caffè Michelangelo di Firenze, conosce Courbet, Manet, Degas e, stabilitosi definitivamente a Parigi, si afferma come uno degli artisti più richiesti. Grazie anche a una spiccata intraprendenza e a notevoli doti relazionali, Boldini diventa il pittore dei ritratti di società. I suoi dipinti finiscono per descrivere e allo stesso tempo definire lo stile, le tendenze e l’estetica della Ville Lumière, indiscussa capitale europea. Tanto che il pittore Jacques-Émile Blanche scrive: “Boldini, disegnatore prestigioso e squisito colorista, accumula piccoli pannelli sui quali la vita di Montmartre, il movimento della place Pigalle, sono resi con una maestria che entusiasmò Degas e Monet”. Nelle effigie di nobildonne, attrici e intellettuali incontrati nei salotti della Parigi fin de siècle, rivive il fascino di una società raffinata ed elegante. I cronisti dell’epoca descrivono donne vestite alla “Boldini”, “canoni della bellezza boldiniana” e individuano nei suoi quadri una femminilità “suprema e irresistibile” ma anche “ingenuamente pudica”.

Dal punto di vista pittorico, l’artista persegue continue innovazioni e repentine trasformazioni: con i suoi vortici di pennellate lunghe e vibranti, le cosiddette sciabolate, ferma sulla tela immagini simili a fotogrammi. Scatti mossi, ripresi in divenire, fissano la dinamicità del passaggio fra un’azione appena compiuta e un’altra appena cominciata. Boldini traduce e raffigura la vitalità e la concitazione di un’epoca in pieno fermento sociale. Coinvolge le sue muse, complici loro malgrado di un sottile gioco psicologico, riuscendo a metterne in evidenza sia gli aspetti più sensuali e conturbanti, sia le fragilità. Come scrive l’amico caricaturista Sem (pseudonimo di Georges Goursat): “Boldini era il pittore della sua epoca, dipingeva le donne coi nervi a pezzi, affaticate da questo secolo tormentato. […] Tutti questi brividi, questi tremori, queste contrazioni, sono in sintonia con quest’epoca di nevrosi.”

Nella mostra “Giovanni Boldini. Il Piacere” (fino al 29 agosto), ideata da Vittorio Sgarbi e curata da Beatrice Avanzi, curatrice Mart, l’attività del pittore italiano viene ricostruita nella sua completezza attraverso un ricco percorso cronologico, che lascia spazio all’approfondimento di alcuni temi e relazioni che ne hanno segnato la lunga e proficua carriera. In particolare, in mostra vengono analizzati i rapporti con il poeta Gabriele d’Annunzio, attraverso figure di comuni muse ispiratrici come la “Divina Marchesa” Luisa Casati, colta e trasgressiva, interprete per antonomasia dell’eleganza e dell’eccentricità della Belle Époque. Irrequieti pionieri nelle rispettive arti e sofisticati interpreti della cultura dell’epoca, Boldini e d’Annunzio si incontrarono in poche fortuite occasioni, ma furono numerose le amicizie in comune, i caffè, i salotti, i circoli e i teatri frequentati da entrambi. Figli dello stesso tempo, contribuirono a costituire un’estetica che fu una vera e propria nuova visione del mondo, “nutrendo il culto della bellezza […] quale sunto di eleganza e stile di vita, imprescindibilmente legato alla valorizzazione dell’arte, della cultura e dell’io” (Tiziano Panconi, dal saggio in catalogo).

La mostra prende avvio con i primi lavori realizzati nella natia Ferrara, influenzati dalla cifra espressiva del padre Antonio - che avvia e incoraggia il giovane Giovanni -, dai modi di Gaetano e Girolamo Domenichini e dagli esempi dall’antico di Palazzo Schifanoia. Nel 1864, in pieno Risorgimento e in un’Italia appena nata, Boldini si trasferisce a Firenze e aderisce ai moti dei Macchiaoli. Velocemente instaura scambi e collaborazioni con Telemaco Signorini, Vito D’Ancona, Cristiano Banti e Giovanni Fattori. La luce potente della “macchia”, con le sue forti contrapposizioni chiaroscurali, rimane per Boldini una sorta di ossatura compositiva sulla quale si innestano via via i successivi aggiornamenti stilistici. A Firenze Boldini frequenta anche il pittore Marcellin Desboutin, che alla villa dell’Ombrellino ha dato vita a un vero e proprio avamposto della cultura francese in Italia.

Nel 1871 l’artista si trasferisce a Parigi dove in breve si lega al potente mercante Adolphe Goupil. Il cosiddetto periodo “Goupil” (1871-1878) è fra i più proficui: Boldini si misura con l’aggiornamento di un genere di grande fortuna nella Francia del secondo Ottocento, quello della pittura d’interni, prevalentemente con ambientazioni settecentesche o stile Impero. I dipinti di questo periodo, di piccole dimensioni e di stretta osservanza realista, sono caratterizzati da una ricerca stilistica innovativa che li rende “leggerissimi”, sfumati con effetti vaporosi. A partire dagli anni Novanta, entusiasta dell’ambiente altolocato nel quale è ormai protagonista indiscusso e che gli garantisce numerose commissioni, Boldini intensifica la produzione di ritratti a grandezza naturale. “È qui che Boldini si è rivelato maestro perché […] le sue figure di grandezza naturale danno l’istantanea sensazione d’aver dinnanzi degli esseri vivi” scriverà il critico d’arte Vittore Grubicy nel 1889. Tra i tanti volti in mostra, si possono riconoscere i celebri ritratti della contessa Gabrielle de Rasty, dell’attrice Alice Regnault, di Emiliana Concha de Ossa, di Madame Veil-Picard, della contessa de Leusse, della principessa Eulalia di Spagna.

articolo pubblicato il: 15/05/2021

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