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attualità
ecologia pragmatica
di Carla Santini

Coltivare proficuamente, a 1600 metri d'altezza nel cuore del Madagascar, senza fatica e sudore riso senza acqua sembrerebbe una favola metropolitana se non ci fossero prove oggettive ed inequivocabili di raccolti ricchi e ottimi dal punto di vista della quantità e delle proprietà organolettiche del riso stesso. Da una casuale esperienza, è scaturito un progetto di sviluppo che vede coinvolte molte agenzie di settore, che potrebbero garantire l'esportabilità del progetto stesso in altre regioni del pianeta.
La risaia fluviale e non irrigua è stato l'uovo di Colombo dell'intera operazione.
Un gruppo di agronomi franco-malgascio appartenenti rispettivamente all'ente francese CIRAD e all'ente malgascio FOFIFA ha messo a punto un sistema di coltivazione molto semplice. Viene sfruttato un letto naturale di erba bassa che mantiene costante l'umidità e impedisce la crescita di piante infestanti. I venti favoriscono l'areazione del suolo.
Prima della semina, il terreno viene liberato dalle stoppie con un incendio guidato, mentre le polveri tornano a depositarsi sul terreno stesso, concimandolo. Alternativamente viene piantata la brachiaria, un foraggio che ramifica e riduce l'erosione.
A fronte di tanta demagogia, questa innovazione porta a considerare come concretamente si possa intervenire per tentare di risolvere il problema agricolo in zone di difficile coltura.
I no-global, come i loro padri che negli anni sessanta occupavano le terre incolte al suono delle chitarre, si limitano a contestare aprioristicamente, ma l'unico modo per risolvere il dramma della fame e della sete è quello di intervenire pragmaticamente e senza proclami.

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