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editoriale
sciovinismo alla corned beef
di G. V. R. M.

Sicuramente lo sciovinismo non è una caratteristica solo francese; questa degenerazione culturale per cui solo ciò che si fa in patria è giusto e bello si trova un po' sotto tutte le latitudini, con la doverosa eccezione dell'Italia, dove solo ciò che è straniero ed esotico viene apprezzato (sto scrivendo con una sigaretta spagnola fra le labbra). Un po' per sciovinismo, molto, forse, perché la potente multinazionale AT&T è diretta erede dell'antica BELL telefonica, certo è che grandi ed apprezzate agenzie di stampa statunitensi hanno bellamente sorvolato sulla notizia che il Congresso degli Stati Uniti (in seguito ad una lunga battaglia del deputato repubblicano Vito Fossella) ha ufficialmente riconosciuto che il vero inventore del telefono fu l'italiano Antonio Meucci e non Graham Bell, come si legge nei manuali scolastici americani.
Ma pochi, nella stessa Italia, sanno che l'inventore del motore a scoppio fu un religioso del Bel Paese, padre Eugenio Barsanti, nativo di Pietrasanta e morto in Belgio, a Liegi. Padre Barsanti, con la collaborazione di un altro lucchese, Felice Matteucci, realizzò nel 1854 il primo di quei milioni di motori che hanno cambiato il modo di vivere dell'umanità. Anche in questo caso l'invenzione è stata contestata, perché due ingegneri tedeschi provvidero ad appropriarsi dell'idea, approfittando della scarsezza di mezzi dei due italiani (proprio come Bell con Meucci).
D'altronde anche una invenzione incontrovertibile come quella della radio (anche questa, e forse di più, ha cambiato il mondo) è stata messa in discussione dai russi. Milioni di persone, nella steppa sterminata, non conoscono il nome di Guglielmo Marconi; come gli hanno insegnato a scuola, l'inventore della radio è Popov!
Il modo in cui il tanto decantato giornalismo statunitense ha trattato una notizia così importante come quella del vero inventore del telefono la dice lunga su certi miti fondati più sul cinema che sulla realtà. Chi non ha mai sentito decantare le cosiddette cinque W da un vecchio cronista in bretelle ad un giovane aspirante reporter? (che poi non sono altro che le domande dei manuali di retorica latini, ma pochi lo ricordano).
Anche il tanto decantato giornalismo all'inglese, a ben vedere, è più frutto di orgogliosa supponenza degli isolani (e di servile ammirazione degli altri) che di effettiva realtà. A parte il fatto che il novanta per cento, o giù di lì, dei lettori inglesi non ha mai avuto tra le mani Times e Guardian, ma certi giornalacci dove le notizie sono impaginate tra foto di seni e sederi, anche la stampa "nobile" spesso e volentieri indulge a denigrare ciò che non è britannico, dalle missioni di pace alle partite di calcio.
Per fortuna che oggi c'è Internet, che permette al navigatore di rendersi conto in pochissimo tempo di come la realtà viene osservata e giudicata all'estero. Probabilmente queste mie piccole considerazioni non saranno lette dal mio vicino di casa, ma forse, chissà, in un angolo sperduto del Middle West il pronipote di emigranti italiani che vuole riscoprire la lingua dei nonni verrà a sapere, imbattendosi per caso ne "La Folla", di un certo Meucci e di un certo Barsanti.

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