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attualità
tra scienza e psiche
di Carla Santini

La parola placebo racchiude in sé un'aura di segreto se non di mistero, eppure è entrata a buon titolo nel linguaggio medico, che è o dovrebbe essere solo scientifico e contenere termini che non possono avere valenze connotative. In realtà il termine in questione rappresenta una di quelle zone d'ombra in cui si muove la medicina che non riesce a districarsi fra gli influssi che la psiche ha sul fisico di un paziente e che spesso condiziona fortemente i risultati delle terapie più sosticate per la soluzione di patologie anche complesse. Il placebo è un preparato privo di attività farmacologia specifica eppure in alcuni casi funziona in modo proficuo e risolutivo. Sarebbe presuntuoso presentare i risultati dei lavori che in questi ultimi anni hanno impegnato la comunità scientifica, ad esempio la ricerca attivata con grandi risorse dal N.I.H.(National Institutes of Health) , ma non è fuori luogo esprimere qualche breve riessione. La diffusione delle cosiddette medicine alternative trova una spiegazione nella progressiva disumanizzazione della medicina. In fondo alla base del benessere fisico c'è un benessere psicologico; quando questo manca per motivi più o meno gravi, automaticamente scatta il malessere fisico che si manifesta nelle forme e nei modi più diversi: mal di testa, tachicardia, insonnia, ipertensione, depressione, inappetenza, fragilità di usa. Il ricorso al medico è la prima risposta, la più ovvia e la più immediata. Ma le aspettative spesso vengono tradite dalla frettolosità della visita, dalla scoperta che la gravità dei sintomi non è reale, che non si evidenzia un pericolo effettivo, che non c'è carisma nel medico e si innesca quindi un meccanismo che difficilmente può portare a benefici. Queste considerazioni potrebbero ingenerare il sospetto di una confusa e velleitaria visione dell'operato benemerito di tanti medici attenti a salvaguardare l'aspetto umano del rapporto che instaurano con i propri pazienti e al contempo potrebbero far emergere l'immagine di pazienti bambini acriticamente spinti a leggere il corpo come un gioco. In realtà se da una parte non dovrebbe venir meno la scientificità dell'approccio terapeutico da parte del medico ad una qualsiasi sintomatologia denunciata, dall'altra si dovrebbe favorire l'apporto psicologico che scaturisce da una forte attenzione al lato umano del malato. La medicina è scienza sperimentale per eccellenza e la necessità della personalizzazione di una qualsiasi cura non è in contrasto con quanto finora affermato. La sensibilità a cogliere segnali che aiuta i pediatri a diagnosticare malattie nei bambini dovrebbe essere patrimonio comune. E' una competenza che però non può essere insegnata, ma va in qualche modo acquisita. Il pensiero corre subito alla formazione di base che chiunque sia impegnato in professioni delicate dovrebbe avere. E quando si parla di formazione di base si parla necessariamente di scuola; la famiglia ha da tempo abbandonato certe preoccupazioni e scarica sui soliti insegnanti anche quelle funzioni che erano di sua stretta competenza. Ma quali materie potrebbero destare le abilità all'ascolto, alla riessione, alla sensibilità, ai sentimenti che sono prerogative di ogni essere civile pensante se non quelle che appartengono alla grande tradizione umanistica? Materie che, con buona pace di tanti (o meglio, di troppi) si stanno sistematicamente cancellando non solo dai piani di studio, ma dalla memoria collettiva di un popolo a favore di abilità tecniche che non riescono a colmare i vuoti esistenziali e a dare risposte al senso profondo della vita. Il placebo può avere un senso se si recupera il valore pieno dello scopo della medicina che, oltre a guarire, mira al benessere generale dell'uomo e al sollievo dal dolore fisico. Molti studiosi hanno individuato alcuni ambiti in cui può funzionare; ad esempio nell'ipertensione, nella depressione, nella rinite allergica, nella terapia del dolore e addirittura in alcuni procedimenti di stretta spettanza chirurgica. Molti fattori entrano certamente in gioco quali la suggestionabilità del paziente (ma chi non diventa suggestionabile in una condizione di malessere fisico?), la personalità del medico, i contesti culturali (ad esempio i sintomi di avvelenamento avvertiti alla scoperta di aver mangiato carne di serpente da parte di inconsapevoli ospiti occidentali dell'antropologa Margareth Mead alle prese con uno esperimento sul valore culturale del cibo), il tipo di malattia, il sapore e il colore della medicina placebo e finanche il costo.

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