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cinema
"la stella che non c'è"
di Franco Olearo

Italia 2006
Regia:
Gianni Amelio
Sceneggiatura: Gianni Amelio, Umberto Contarello
Durata: 104'
Interpreti: Sergio Castellitto, Tai Ling
Genere: Dramma

Vincenzo assiste impotente alla vendita ad un gruppo di acquirenti cinesi dell'altoforno che ha alimentato l'acciaieria dove ha lavorato per tanto tempo come manutentore. Un po' per trovare una soluzione alla sua condizione di disoccupato, un po' perché spinto da onestà professionale, decide di andare in Cina per offrire ai nuovi proprietari un suo progetto che che consente di eliminare un difetto che potrebbe mettere a repentaglio l'intera fabbrica. Ma la Cina gli si rivela troppo grande e impenetrabile e ha bisogno di una guida che sia anche interprete...

Dovremmo parlare della storia di Vincenzo, tecnico manutentore di cinquant'anni, ormai senza lavoro dopo che le macchine del suo stabilimento sono state vendute a una fabbrica cinese. Dovremmo parlare della tenera Liu Hua ventenne ragazza cinese, sua interprete, vittima di un paese in bilico fra progresso materiale e rigorismo sociale. E lo faremo sicuramente, per carità, ma è bene dirlo subito: la vera protagonista di questo film è la Cina.

Lo è perché per la prima volta essa viene vista dagli occhi di noi occidentali in modo molto vicino al vero (appare perfino insolito che il regista abbia potuto fare certe riprese, superando la censura locale). Non la Cina per turisti (sul tipo de L'ultimo imperatore-1987) ma la Cina che lavora: un'unica, possente macchina produttiva che non ha eguali nel resto del mondo. Man mano che il viaggio di Vincenzo e Liu si sposta verso il cuore del paese, Amelio ci porta quasi a ritroso nel tempo di questa incredibile storia di modernizzazione.

Si parte dagli uffici inalveati nei grattacieli di vetro di Shangai, che in termini di efficienza e di confort poco hanno da invidiare alle City delle più moderne città occidentali; ci si sposta verso Wuhan e Chongqing dove grandi fabbriche metallurgiche ci riportano ai tempi della nostra prima fase di industrializzazione, quando il produrre era la cosa più importante e i servizi terziari erano ancora agli albori. Infine si arriva al villaggio di Yinchuan, dove i contadini vivono di prodotti artigianali realizzati con macchine a mano rimaste ferme al medioevo.

Tranne che in poche eccezioni, il cielo di queste città è perennemente plumbeo a causa dell'inquinamento (il regista ha raccontato che la censura cinese ha fatto togliere una sequenza dove si vedevano dei passanti, a piedi ed in bicicletta, tutti con la mascherina per proteggersi dallo smog). Realmente impressionante è la salita dei due protagonisti a piedi (l'ascensore è installato a partire dal decimo piano in poi ed è a pagamento) all'interno di un palazzo di 70 piani abitata anche da quasi 12.000 persone. In ogni piano intere famiglie vivono in stanzette dove c'è spazio a malapena per un letto e pochi mobili. Questi grattacieli sono stati costruiti uno accanto all'altro e la ripresa d'insieme che il regista fa dell'intero complesso è una vera sfida alla nostra latente agorafobia.

Infine i bambini, tanti. Si muovono indisturbati fra le impalcature delle fabbriche forse perché le madri lavoratrici non sanno a chi affidarli; si aggirano come randagi per le strade dei paesini più remoti, dove il controllo della polizia è meno serrato. E' Liu a spiegare il fenomeno: visto che la legge tassa fortemente chi ha più di un figlio, molti bambini vengono abbandonati e affidati alle buone intenzioni dell'intera comunità.

I due protagonisti, di fronte a questo vasto, violento e possente fondale , sembrano come perdersi e quasi scolorire. Ma chi sono in realtà?

Vincenzo è un tecnico meccanico che trova nel lavoro ben fatto la propria ragione di vita; la tecnica è una sorta di linguaggio universale che gli consente di entrare in sintonia le sue controparti cinesi anche seza conoscere una parola della loro lingua. E' orgoglioso, puntiglioso ma anche fragile, perché oltre al lavoro non ha altro a cui appoggiarsi (non si è sposato e null'altro sappiamo della sua vita privata). Castellitto è molto bravo anche questa volta ma la sua professionalità non riesce a superare certe contraddizioni del personaggio.

Nella prima parte del film ci appare come un uomo ruvido, interessato solo al suo lavoro. Forse sarebbe stato utile qualche altro riferimento biografico perché nella parte finale, certi suoi caldi sorrisi fanno trasparie un'umanità tutt'altro che arida, una affettuosa comprensione dell'altro (Castellitto, padre nella realtà di quattro figli, non fa fatica a manifestarlo) nè risulta plausibile una sua così repentina "conversione".

Non da ultimo danno fastidio alcune incongruenze nell'abbigliamento: se nelle scene ambientate nella fabbrica italiana Vincenzo si veste in modo semplice e sobrio, consono ad un operaio sia pur specializzato, durante la sua trasferta in Cina, indossa un casual finto-trasandato e una pettinatura impeccabile che potebbero andar bene per frequentare la spiaggia di Capalbio.

Molto meglio riuscito è il personaggio della debuttante Tai Ling : resa ostile nei confronti di Vincenzo dopo che questo, per delle sue salaci osservazioni, le aveva fatto perdere il posto, cambia atteggiamento e decide di accompagnarlo perché riesce a cogliere quello che c'è di buono in lui.

Nella scena-confessione in cui abbandona il riserbo mantenuto fino a quel momento e gli rivela la triste storia della sua vita, Tai riesce molto bene a trasmetterci la mesta sofferenza di un'anima dolce e sensibile.

(per gentile concessione di www.familycinematv.it)

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