arte e mostre
"La Belle Époque di Tolouse-Lautrec"
di Michele De Luca

Nelle sue opere anche l’inquietudine di quella stagione straordinaria
La Belle Époque di Tolouse-Lautrec
Fino al 3 giugno una grande mostra alla Fondazione Gianadda di Martigny

“In tutto il mondo si conoscono le fotografie di quest’ometto deforme. Soltanto la testa e il tronco erano di proporzioni normali. La testa sembrava avvitata sopra le spalle molto cascanti. La barba lunga e nera fa-ceva l’effetto d’uno strano ornamento. Gambe e braccia erano quelle di un bambino di sei anni, Ma in questo corpo deforme c’era una forza vitale enorme. Le sue risposte pronte - simili a quelle di un clown maligno – erano sconcertanti. La bocca di una animalesca sensualità, il modo di esprimersi era incontrollato, ora estremamente arguto, ora del tutto anticonvenzionale”. Così ebbe a descriverlo Henty van de Velde, architetto, scultore, pittore e designer belga, a lui contemporaneo. Si trattava del grande omonimo Henri de Toulouse-Lautrec (Albi, 24 novembre 1864 – Malromé, 9 settembre 1901), la cui arte, nella Parigi di fine ‘800, non si allineò con quella, all’epoca predominante e “di moda” degli impressionisti che di pochi anni lo avevano preceduto e ancora stavano lavorando con grande successi in Fran-cia; la sua pittura, infatti, non rivela alcun interesse per il paesaggi e per la luce, mentre esprime un fascino fortissimo per la natura umana. Non solo, ma con la sua innovativa produzione grafica (cartelloni pubblicitari, manife-sti teatrali, inviti e menu) fu uno degli antesignani dell’art nouveau , oltre che – in anticipo sui tempi – grande profeta e interprete dei più moderni mezzi di comunicazione, che avranno grande successo e diffusione a cavallo tra Otto e Novecento.

La Fondation Pierre Gianadda di Martigny (Canton Ticino) ha il privilegio di poter esporre in questa mostra (“Tolouse-Lautrec à la Belle Époque . Opere grafiche”) e per la prima volta in Europa una collezione pri-vata eccezionale che comprende in particolare più di cento manifesti e stam-pe scelti tra i fogli più spettacolari di Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901). È opportuno sottolineare che il giovane Lautrec ha realizzato in meno di quindici anni una produzione considerevole dove ha grande rilievo l’opera grafica: egli morì nel 1901, due mesi prima del suo trentasettesimo com-pleanno, avendo vissuto meno a lungo di un’altra meteora dell’arte del suo tempo, il suo amico Vincent Van Gogh.

Questo personaggio di nobile stirpe, dall’antica ascendenza ari-stocratica aquitana, si impose in una decina d’anni (1890-1900), dopo l’apprendistato negli atelier di Léon Bonnat e poi di Fernand Cormon, come un lavoratore senza pari, un incisore, un litografo e un produttore di manife-sti dall’occhio e dall’impronta acuti - senza dubbio la figura più incisiva del-la Belle Époque di fine secolo. Egli fu l’interprete più diretto di quella straordinaria e irripetibile stagione, di cui seppe registrare non solo gli scin-tillii, ma anche la tristezza, la vanità e la profonda inquietudine; tra i suoi soggetti predilesse ballerine, cantanti, artisti, prostitute, ubriaconi, intellet-tuali e modelle, che rappresentò con spirito satirico e spesso con tratti cari-caturali, pennellate rapide, efficace e originale sintesi grafica, acutissima ca-pacità di osservazione e di indagine psicologica.

Non dimentichiamo comunque il suo eccellente impegno come pittore indipendente, slegato da ogni movimento estetico, distante sia dagli impressionisti che dai Nabis. Questa figura dall’handicap fisico pesante - la sua leggendaria bassa statura, derivante da tare genetiche, lo segnò pesante-mente - seppe comunque sviluppare con tatto e alacrità una voglia di vivere vorace e un senso dell’amicizia canagliesca fuori dal comune. Un esempio eclatante fra gli altri: il manifesto di lancio de “La Revue blanche” fondata dai fratelli Natanson dove l’elegante Misia in tenuta da pattinatrice, con un lungo cappotto blu punteggiato di rosso, un cappello con grande elemento piumato, la pelliccia del soffice coprispalle e del manicotto per avvolgere le mani, sembra lanciarsi sulla strada verso alcuni begli spiriti usciti dal suo salone letterario parigino.

Il visitatore potrà soprattutto rivivere attraverso queste opere il periodo d’oro della vita notturna di Montmartre, la bohème bruciante ubria-cata dalle canzoni impertinenti e dagli scherzi licenziosi dei cabaret riservati (Le Mirliton, Le Jardin de Paris, Le Moulin de la Galette), dei caffè (Le Chat noir), dei caffè-concerto (Le Moulin rouge, Le Divan japonais o Les Folies Bergère), ma anche dei teatri parigini (Les Ambassadeurs, dove si esibisce Aristide Bruant) o il circo e la clownesse Cha-U-Kao. Con la gestione sa-piente dei suoi grandi manifesti a colori, le immagini in chiaroscuro metteva-no in bella evidenza le figure più intriganti dell’epoca Yvette Guilbert, Jane Avril e il suo mentore Valentin le Désossé, La Goulue, e poi le dive del tea-tro Marcelle Lender, May Belfort o Sarah Bernhardt. Ma Lautrec è anche, grazie a Bonnard l’ammiratore delle biciclette Simpson e il lettore dei ro-manzi popolari firmati Victor Joze (“Reine de joie. Mœurs du demi-monde”). Questo insieme vario, che si sviluppa attorno all’universo molto ispirato delle stampe che Lautrec ha saputo portare a livelli eccelsi, sarebbe stato na-turalmente incompleto se avessimo perso l’occasione di presentare le prove audaci della raccolta “Elles”, una serie di undici litografie a colori in cui l’artista traduce, con tenerezza e umanità, l’intimità senza finzioni che egli condivideva con le donne di facili costumi delle case chiuse così care al suo cuore e più ancora al suo corpo: “i tuoi occhi sono come un riflesso di stella in un solco” sussurrava loro il suo amico e contemporaneo Jules Renard.

A completamento di questo florilegio eccezionale, viene propo-sto un insieme molto scelto di dipinti e di fogli originali di suoi contempora-nei e amici di cui il collezionista ha pazientemente rintracciato esemplari fondamentali - fra cui un capolavoro di Louis Anquetin “L’Intérieur de chez Bruant. Le Mirliton”, tela del 1886, e opere di Pierre Bonnard, Théophile Alexandre Steinlen, Félix Vallotton, Jacques Villon e Pablo Picasso (la serie completa dei “Saltimbanques”) - che raccontano bene ciò che avveniva nella Parigi della III repubblica segnata dalle parole di Émile Zola e dall’affaire Dreyfus, tra modernismo e attualità. Il catalogo comprende, con una ricca iconografia, un saggio di Gilles Genty, storico dell’arte specialista del perio-do, e uno di Daniel Marchesseau, curatore della mostra.

articolo pubblicato il: 16/01/2018 ultima modifica: 16/01/2018