editoriale
tre brevi a fondopagina
di T. Da Malacerna

In un breve lasso di tempo i media hanno rilanciato tre notizie apparentemente diverse tra di loro, ma che hanno in realtà un senso comune. La prima notizia è stata quella del trasferimento in Italia delle salme di Vittorio Emanuele III e della regina Elena, la seconda quella dell'invio di un contingente in Niger e la terza quella della nomina a senatore a vita di Luciana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz.

Il trasferimento da Alessandria d'Egitto dei resti di Vittorio Emanuele III è stato giustificato dal pronipote Emanuele Filiberto con l'insicurezza in cui versano oggi i luoghi di culto cristiani in molti stati africani, anche se il rampollo di Casa Savoia si è lamentato del fatto che avesse organizzato il tutto con grande riservatezza la zia Maria Gabriella, senza coinvolgere il fratello ed accontentandosi del santuario piemontese di Vicoforte, invece del Pantheon auspicato dagli altri familiari.

La decisione presa in tutta autonomia dal Presidente della Repubblica ha scontentato soprattutto la comunità ebraica italiana, perché, se è vero che ricorre quest'anno il centenario della vittoria nella Grande Guerra, è altrettanto indubitabile che ricorrono anche gli ottanta anni dalla promulgazione delle leggi razziali. Si trattò di un'autentica vergogna nazionale, una decisione presa non tanto sulla base di motivi oggettivi, quanto per piaggeria verso l'alleato nazista. Nel dibattito, piuttosto timido, in verità, che è scaturito dalla decisione di Mattarella, comprese le polemiche sull'utilizzo di un aereo militare per il trasferimento, è intervenuto un opinionista sempre presente nei dibattiti televisivi. Il maître à penser ha spiegato con la sua consueta sicumera che le leggi razziali erano opera solo del fascismo e che Vittorio Emanuele III "si era limitato a controfirmarle". Secondo questa spiegazione era come se fossero state uguali ad un semplice decreto di nomina a cavaliere che, diceva Giolitti, come un sigaro non si nega a nessuno.

Le polemiche non si fermeranno perché è volontà dei maschi della casata di non fermarsi al Piemonte, ma puntare a traslare sia Vittorio Emanuele III che Umberto II al Pantheon, dove, come sottolinea Emanuele Filiberto, sono sepolti tutti i Re d'Italia. A parte il fatto che l'Italia di re ne avuti solo quattro, uno dei quali ha regnato solo un mese, a differenza dei numeri che possono vantare molte altre nazioni europee, il Pantheon sta lì da una ventina di secoli e non può essere paragonato alla Cripta dei Cappuccini di Vienna, nella quale riposano dodici imperatori, diciotto imperatrici e decine di arciduchi ed arciduchesse.

Quello che però ha dato fastidio a molti, anche tra coloro che non ci vedrebbero nulla di male in un futuro trasferimento al Pantheon, è stato il fatto che il Presidente Mattarella abbia deciso tutto da solo, senza aprire un dibattito in Parlamento e nel Paese su un argomento ancora oggi così divisivo. I primi Presidenti della Repubblica si muovevano con passi felpati, addirittura erano accompagnati da un Ministro quando partecipavano a qualche cerimonia, per far vedere che il Governo era d'accordo con le loro parole, anche quelle di semplice circostanza. Poi arrivò Pertini, con i suoi interventi estemporanei, la sua entrata a gamba tesa nel dibattito sulla smilitarizzazione dei controllori di volo, il suo spingere sui governanti per fare entrare Spagna e Portogallo nell'Unione Europea. Dopo di lui il picconatore Cossiga, Scalfaro ed il suo appoggio all'istituzione dei C.A.F. con la famosa dichiarazione sul "modulo lunave", fino a Napolitano, che ancora non si capacita di essere in pensione.

La seconda iniziativa presidenziale, la nomina a senatore a vita di una sopravvissuta di Auschwitz, sembrerebbe quasi una toppa al ritorno delle salme reali, ma non è così, almeno si spera. Da anni si parla di abolire i senatori a vita, ma da quando alcuni di loro cominciarono ad appoggiare il Governo Prodi in difficoltà, rappresentano evidentemente una risorsa; il solito Napolitano fece un'infornata di personaggi di sinistra, non si sa mai dovessero rendersi indispensabili. Nessun Presidente ha però mai eguagliato Sandro Pertini, il quale decise che il dettato costituzionale dei cinque senatori di nomina presidenziale dovesse essere inteso che ogni Presidente potesse nominarne cinque. E lo fece. Fortunatamente l'interpretazione estensiva della norma è finita con il suo settennato.

La seconda notizia è quello dell'invio di un contingente "di pace" in Niger. Nihil novi sub sole. Da anni lontani l'Italia manda in giro per il mondo soldati in missioni di pace che tanto pacifiche non sono, sia perché ogni tanto qualche militare torna avvolto nella bandiera, sia perché una spedizione può essere considerata coerente con la Costituzione solo se è sotto l'egida dell'ONU, cosa che accade sempre più di rado.

Ma l'importanza della notizia non risiede nel fatto che non si capisce cosa nello specifico vadano a fare i nostri ragazzi laggiù, né perché seguitiamo ad essere una delle prime nazioni al mondo per numero di militari impegnati fuori dai confini, a livello di vecchie potenze come la Francia e l'Inghilterra, nostalgiche del loro grande passato coloniale. La notizia è che, come è successo per le reali salme, tutto è stato fatto in fretta e furia, a Parlamento formalmente già sciolto, senza attendere che, dopo cinque anni di premier non scelti, il quattro marzo i cittadini tornino a votare.

articolo pubblicato il: 22/01/2018 ultima modifica: 05/02/2018