periodico di politica e cultura 24 novembre 2017   |   anno XVII
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il cinema di caino: Francesco Nuti

"Willy Signori e vengo da lontano" (1989)

di Gordiano Lupi


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Willy Signori e vengo da lontano (1989)
di Francesco Nuti

Regia: Francesco Nuti. Soggetto: Francesco Nuti, Giovanni Veronesi. Sceneggiatura. Francesco Nuti, Giovanni Veronesi, Ugo Chiti. Operatore alla Macchina: Guido Tosi. Aiuto Regista: Ferzan Ozptek. Fonico di Presa Diretta: Remo Ugolinelli. Costumi: Maurizio Millenotti. Scenografia: Virginia Vianello, Ugo Chiti. Montaggio: Sergio Montanari. Fotografia: Gianlorenzo Battaglia. Musica: Giovanni Nuti. Arrangiamenti: Riccardo Galardini. Edizioni Musicali: Emi Songs srl, Union P.N. srl. Organizzatore Generale: Alessandro Calosci. Produttori: Gianfranco Piccioli, Giorgio Leopardi. Mario e Vittorio Cecchi Gori. Case di Produzione: Union P.N. srl., Cecchi Gori Group, Tiger Cinematografica srl. Visual Effects Supervisore: Ermannno Biamonte. Direttore di Produzione. Luigi Lagrasta. Assistente alla Regia: Leonardo Celi. Fotografo di Scena: Sandro Borni. Effetti Speciali Sonori: Luciano e Massimo Anzellotti. Effetti Speciali Meccanici: Germano Natali. Pellicola: Kodak spa. Macchine da Presa: Arco Due srl. Teatri di Posa, Colore, Suono: Cinecittà. Fonico Mixage: Danilo Sterbini. Esterni: Milano, Roma, Fiuggi, Marocco (Quarzazate). Interpreti: Francesco Nuti (Willy), Isabella Ferrari (Lucia), Anna Galiena (Alessandra), Alessandro Haber (fratello di Willy), Cristina Gajoni (ex poprnostar), Antonio Petrocelli (medico), Giovanni Veronesi (lavavetri polacco), Novello Novelli (cadavere), Tatiana Winteler (amica Alessandra), Marco Nataluccio (collega redazione), Geoffrey Copleston (direttore giornale), Claudio Spadaro (assistente anatomia), Silvia Corti (portiera), Isaac George (assistente Willy in Marocco).

Willy Signori, quinta regia di Nuti, segna l’inizio della dissociazione tra il suo cinema e la poco accorta critica italiana. Il pubblico continua a celebrarlo - forse più che mai - ma l’attenzione critica scema, si disperde in considerazioni inutili che parlano di egocentrismo, narcisismo, maschilismo, troppo amore per se stesso e via di questo passo. Ora, che Nuti sia un narcisista è un dato di fatto, ma come ogni attore, innamorato del suo personaggio e del suo mestiere. In ogni caso quel che conta sono i risultati e - se vogliamo fare un’analisi obiettiva - dobbiamo dire che Willy Signori segna il ritorno al cinema comico puro, basato su una sceneggiatura semplice e ricca di spunti surreali. Un film di Natale interessante e divertente, che soffre la mancanza di Cerami - autore di sceneggiature poetiche come Tutta colpa del Paradiso e Stregati - per affidarsi al ritmo farsesco conferito da Nuti, Veronesi e Chiti. In breve la trama.

Willy Signori (il nome è preso dalla realtà, un comico pratese si chiama proprio così) è un giornalista di cronaca nera, fidanzato con la bella e focosa anatomo-patologa Alessandra (Galliena), fratello di un handicappato vittimista ed egocentrico (Haber), costretto su una sedia a rotelle. Una sera, al volante della propria auto, si scontra con un’altra macchina che procede contromano, il cui guidatore ubriaco muore. La giovane compagna incinta della vittima - Lucia (Ferrari) - accusa Willy di omicidio, quindi tenta di suicidarsi, ma il giornalista la salva e finisce per occuparsi della sua gravidanza come se si trattasse del proprio figlio. Alessandra si accorge dello strano rapporto, vorrebbe pagare la scomparsa della ragazza, ma Willy si rende conto di quel che è accaduto e fugge in Marocco con il fratello, che sogna da tempo il sole africano. Finale surreale con Lucia che raggiunge Willy a bordo di un treno che si ferma in mezzo al deserto e gli dice che ha voglia di fare l’amore. Il bambino nascerà in Marocco, per Willy sarà per sempre suo figlio, come Lucia sarà il vero amore.

In definitiva una fiaba romantica, scanzonata e lieve, surreale, piena zeppa di trovate comiche e interpretata da attori in gran forma. Citiamo Novello Novelli nel ruolo del cadavere da sezionare, che ritorna in molte sequenze, persino in Marocco, con la pelle nera, anticipando l’arrivo di Lucia. Isabella Ferrari è bella e selvaggia, solare, intensa, piena di vita e passione, utilizzata in un ruolo consono alla sua personalità. Perfida e altrettanto bella Anna Galiena, ma su tutti citerei un Haber impegnato in uno dei primi ruoli importanti, premiato con un David di Donatello come attore non protagonista. Tra le sequenze memorabili del film la sfida a cazzotti tra fratelli a bordo di carrozzine da paralitici. Una costante sono gatti e cani picchiati e lanciati via come se fossero oggetti, oltre a qualche ceffone di troppo che Nuti affibbia alle donne. Accuse di maschilismo e di violenza sugli animali che cadono sul regista - attore, costretto a scrivere un’ironica dichiarazione finale sul fatto che nessun animale - neppure l’aiuto regista - aveva subito violenza. Grandi dialoghi tra Nuti e Haber, qualcosa più di una spalla, tra fratelli gelosi e innamorati, che pretendono attenzione l’uno dall’altro. Interessante la presenza di Cristina Gajoni nel ruolo della ex pornostar innamorata del fratello che convive con un enorme pitone. La citazione a Cicciolina - Ilona Staller e allo storico numero in scena con un enorme serpente è più che voluta. Tra gli attori anche Giovanni Veronesi - sceneggiatore e futuro regista - nella parte del lavavetri polacco che ogni volta prende a secchiate d’acqua il povero Willy e finisce per aprire un negozio di barbiere in Marocco. Antonio Petrocelli, con i suoi caratteristici occhialoni, è il medico che segue la gravidanza di Lucia. Da un punto di vista tecnico il film ricorre molto alla voce fuori campo per raccontare la vita di Willy prima dell’incidente, quindi la sceneggiatura segue ritmi rapidi, tipici del cinema farsesco. Film ben fotografato tra Roma, Milano e il Marocco, che vede aiuto regista un giovane Ozpetek, operatore il valido Tosi, montaggio di Montanari e fotografia di Battaglia. La colonna sonora è di Giovanni Nuti, meno intensa che in passato, al punto da restare in secondo piano, ma condita di pezzi classici, disco-music e brani etnico africani. Un film che incassa molto, oltre nove miliardi, piace senza riserve al pubblico, ma non viene apprezzato da una critica miope e autolesionista. Da rivedere.
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articolo pubblicato il: 30/10/2017

La Folla del XXI Secolo - periodico di politica e cultura
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