periodico di politica e cultura 22 ottobre 2017   |   anno XVII
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sior Massimo brontolon

di T. Da Malacerna

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C’è chi dice che parlare male di Massimo D’Alema sia come sparare sulla Croce Rossa. Faceva politica già una sessantina di anni fa, con autentici calzoni corti e non metaforici. Davanti a Palmiro Togliatti lesse il saluto dei pionieri, che erano i boy scout di sinistra, ad un lontano congresso del PCI. Lui ha detto più volte che si occupa di politica solo in una prospettiva alta, di dibattito culturale, all’interno della fondazione Italianieuropei e c’è chi vuol farci credere che la maggior parte del suo tempo, delle sue energie e dei suoi interessi sia focalizzata nell’azienda agraria che ha creato nell’estremo sud dell’Umbria, l’ultimo lembo di quelle regioni rosse dove essere stato segretario generale del PCI suscita ancora tra la gente sentimenti di ammirata devozione.

Cercare di fornire di D’Alema un’immagine di tranquillo signore dedito a studi filosofici ed alla cura della produzione di spumante è del tutto fuori luogo. Il personaggio è talmente pieno di sé che l’essere stato rottamato da uno come Renzi, che non ha mai respirato l’aria densa di fumo delle interminabili riunioni del PCI, lo ha riempito di livore, divenuto astio quando gli è stata preferita una ragazzina come la Mogherini per andare a Bruxelles. Ciò che riempie ancor di più D’Alema di sordo rancore è che Renzi si sia dimesso da premier ma non da segretario del PD. Fosse stato il contrario sarebbe stato più tollerabile per lui, che ricorda come nel vecchio PCI le cariche interne valessero molto di più di quelle amministrative. Un presidente di regione doveva ascoltare con molta attenzione quanto gli veniva detto da un esponente di partito, non solo di livello regionale, ma anche provinciale o comunale, se di un comune importante. Quando si è reso conto che il partito stava e sarebbe rimasto nelle mani dell’odiato nemico ha pensato bene di andarsene con i suoi sodali, portandosi dietro anche chi, come Bersani, andava ripetendo che “Non lascerò mai la ditta” e che “Per farmi andar via deve venire la Pinotti con l’esercito”.

D’Alema non è vecchio in senso stretto, considerato che con i suoi sessantotto anni è un giovanotto rispetto agli ottantuno di Berlusconi. Silvio è tornato in campo con il piglio spavaldo di chi è nel pieno della giovinezza, anche se appare patetico come quei nonni che si vestono come i propri nipoti nella speranza di rimorchiare qualche ragazza. Massimo, invece, sembra uno di quei vecchi brontoloni che parlano male di tutto e di tutti e passano il tempo a studiare il modo di giocare qualche tiro ai vicini di casa.

A seguire le cronache politiche di questi giorni, sembra che il fatto che l’Italia vada male in economia e non conti nulla a livello europeo, che i giovani non abbiano speranze e gli anziani tralascino di curarsi, non sia così importante come il fatto di dividersi, a sinistra, su questioni sulle quali si poteva dissentire e discutere a tempo debito. Sembra di essere tornati a più di quarant’anni fa, quando sorgevano movimenti e partitini a sinistra del PCI i cui leader avevano talvolta il privilegio di apparire a Tribuna Politica. Alla fine anche un distintissimo signore come Pisapia ha perso la pazienza ed è sbottato, chiedendo a D’Alema di “fare un passo di lato”, un modo misurato ed elegante per fargli capire che è giunta l’ora di ritirarsi definitivamente. Il Líder Máximo non sta certo a sentire le esortazioni di chi, come Pisapia, vorrebbe unire e non dividere; non vuole assolutamente mettersi in testa che per tutti, prima o poi, arriva l’autunno.

articolo pubblicato il: 04/10/2017 ultima modifica: 20/10/2017

La Folla del XXI Secolo - periodico di politica e cultura
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