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opinioni e commenti
come ti svuoto il salvadanaio
di Vittorio Sordini

Per quanto riguarda la libertà di stampa, in una certa classifica, il Niger e Haiti sono al di sopra di uno e due posti rispetto all’Italia. Avevamo la possibilità di superare il SudAfrica, non ce l’abbiamo fatta, è al 42esimo posto, sette posti sopra di noi. Per questo commentare le decisioni del Governo diventa sempre più rischioso, non tanto per le possibili ritorsioni, ma soprattutto per il frastornante stridulo strombazzare delle vuvuzelas che impediscono di fare chiarezza sulle conseguenze delle leggi emanate via via dai vari Governi che si sono succeduti in Italia.

Il caso della tassazione delle rendite finanziarie è un esempio di “scuola”. Il Governo ed i media fiancheggiatori fanno passare l’iniziativa come una sana ridistribuzione del carico fiscale che è palesemente sbilanciato a carico del reddito da lavoro. Nessuno si domanda, però, per quale motivo si debbano tassare pesantemente i risparmi che provengono da un reddito già pesantemente tassato. Le vuvuzelas sottolineano che vengono così colpiti i finanzieri e gli speculatori. Naturalmente il grande pubblico non si prende la briga di spulciare i vari articoli e commi della legge, perché nel caso lo avessero fatto si sarebbero accorti che la legge per la tassazione delle rendite finanziarie presenta diverse bizzarrie: l’imposta di bollo dal 2014 si applica ai privati nella misura del 0,2 per mille (oltre ad essere stata aumentata dalla precedente aliquota è stato rimosso il tetto massimo dell’imposta già determinato in euro 1.200) quindi non esiste più un tetto; al contrario nel caso dell’applicazione alle società di capitali (banche, finanziarie etc.) l’importo massimo dell’imposta è fissato in 14.000 euro annui. Immagino che le risate degli amministratori delegati costretti a pagare “ben” 14.000 l’anno si possono sentire da diversi metri di distanza.

Oggi apprendiamo che l’aumento dell’imposta nella misura del 26% dei proventi finanziari colpisce anche i conti correnti ed i vari depositi. Sicuramente la massa dei risparmiatori si indignerà, ma in questo ultimo caso si renderebbe in parte giustizia a coloro che per non vedere svalutati i propri risparmi li investono in strumenti finanziari che hanno il vantaggio di essere al servizio dell’economia reale: i più diffusi sono i fondi comuni di investimento. Si rende in parte giustizia, perché questi risparmiatori investitori, se capitalizzano un utile pagano l’imposta del 26% se registrano una perdita nessuno ne tiene conto. Le finanziarie e le banche rispondono a ben altre logiche di bilancio e di conseguenza sono assoggettate ad una fiscalità di impresa ben diversa da quella cui devono sottostare i privati : nel loro caso l’imposta si applica sugli utili effettivamente conseguiti al netto delle minusvalenze registrate.

Un capitolo a parte si dovrebbe dedicare agli speculatori incalliti e a coloro, aziende o privati, che operano con i tanto temuti strumenti derivati: orbene, costoro sono assoggettati ad un’imposta massima di 100 euro in alcuni casi specifici ed anche in questo caso gli operatori specializzati in strumenti derivati e soprattutto coloro che effettuano massicce operazioni vendita allo scoperto (cioè quelli che hanno avvelenato i pozzi) ancora non riescono a trattenersi dallo sbellicarsi dalle risate. Con buona pace della redistribuzione del reddito e tassazione delle rendite finanziarie; alla fine sono sempre gli stessi poveri Cristi a pagare.

articolo pubblicato il: 25/04/2014 ultima modifica: 07/05/2014

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