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editoriale
scolaretti
di Teddy Martinazzi

Rodotà e Zagrebelsky hanno messo in guardia contro la svolta autoritaria in atto in Italia con la trasformazione del Senato, trovando subito chi è disposto ad amplificare le loro opinioni con interviste e partecipazioni ai talk show. Forse il professor Rodotà, che è della classe 1933, si ricorderà, sia pur vagamente, della Camera dei Fasci e delle Corporazioni ed è per questo che grida alla svolta autoritaria. In effetti, un Senato non elettivo del quale si farà parte in ragione della propria appartenenza ad una specifica categoria non è che rappresenti il massimo. Se non vogliamo paragonarlo alla istituzione fascista, un certo ricordo del Senato sabaudo affiora prepotente; i senatori di nomina regia (pardon, presidenziale) saranno solo ventuno e non un terzo come ai tempi che furono, né ci saranno i senatori per censo, ma comunque qualcuno, anche all’interno della maggioranza, si sta chiedendo se non fosse stato il caso di chiederlo del tutto, con risparmi notevoli sulle spese del personale e su quelle della sicurezza.

Stesso discorso si potrebbe fare per le province, per le quali non di soppressione si tratta, bensì di trasformazione in enti non elettivi. Anche qui non si capisce dove starebbero i risparmi, per di più con la contestuale creazione delle città metropolitane, che ricalcano quelle ipotizzate ai tempi preistorici della “Milano da bere”.

Ciò detto, è comunque meglio che si faccia qualcosa, sia pur di imperfetto, che rimanere ingessati in un sistema che sono decenni che mostra la sua incapacità a rispondere alle sfide del mondo d’oggi, anche a quelle più semplici. Dire sempre di no, come fa il M5s, non serve assolutamente a niente, così come non serve mitizzare “la Costituzione più bella del mondo” per opporsi ai cambiamenti.

C’è in giro una sorta di supina acquiescenza che ricorda per qualche verso quella che si ebbe nell’Italia postunitaria, quando il Sud fu sistematicamente spogliato per favorire il processo di industrializzazione del Nord. Chiunque può permetterci di trattarci da scolaretti, come Obama che ci ha ammonito a spendere di più per la difesa (leggi F35). Ora, è vero che Obama è afro e democratico, per cui sarebbe stato impossibile organizzare manifestazioni ed esporre bandiere della pace, come sarebbe avvenuto se a dire queste cose fosse stato Bush, ma è un fatto che non passa giorno che qualcuno dalle parti di Bruxelles e di Francoforte abbia a dire, a puntualizzare, a scuotere il ditino.

In questo quadro di esami che non finiscono mai la disoccupazione ha raggiunto il tredici per cento, quando in tempi lontani ma non tanto, diciamo il 1991, avevamo surclassato la gran Bretagna e stavamo per farlo con la Francia sul campo della produzione industriale; per sovrappiù ci siamo impegnati a versare cinquanta miliardi (di euro, ovviamente) all’anno per vent’anni, a partire dal 2015, per portare il debito pubblico al sessanta per cento del PIL.

Ci sarebbe da parlare a lungo su come la Germania abbia ottenuto una specie di diritto di veto in tema di legislazione bancaria, bypassando il Trattato di Lisbona e soprattutto di come metta al sicuro dai controlli comunitari il robusto sistema delle piccole banche tedesche. Molto più importanti, per l’attenzione di tanti nostri connazionali, sono state le parole della Presidente della Camera dei Deputati quando ha affermato: “Non possiamo, senza una insopportabile contraddizione, offrire servizi di lusso ai turisti affluenti e poi trattare in modo, a volte inaccettabile i migranti”. Peccato che, come ha scritto Gian Antonio Stella citando dati inconfutabili, l’Italia che nel 1950 intercettava il 19% del turismo mondiale sia scesa oggi ad un modesto 4,4%. Se continua cosi, tra un po’ nemmeno i migranti arriveranno più. Speriamo che Renzi, infischiandosene di grillini e professori, riesca a fare qualcosa per cambiare.

articolo pubblicato il: 07/04/2014

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