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"Non possiamo non dirci romani"

di Marco Onofrio


Presentazione volume

Non possiamo non dirci romani

Mercoledì 2 aprile 2014 - ore 18 Sala Pietro da Cortona, Musei Capitolini, piazza del Campidoglio - Roma Introduce: Paolo Masini Assessore allo Sviluppo delle Periferie, Infrastrutture e Manutenzione Urbana Interventi di: Armando Gnisci, Filippo La Porta, Francesco Sisinni

“Non possiamo non dirci romani. La Città Eterna nello sguardo di chi l’ha vista, vissuta, scritta” di Marco Onofrio (Edilazio, pp. 272 - 12,00 euro)

Perché si viene a Roma? Che cos’è che attrae donne e uomini di ogni etnia e cultura, che li spinge a visitarla e, spesso, a scegliere di restarci? E come la vive e la vede chi ha avuto il privilegio di nascervi? Esiste una Roma metastorica dell’Uomo: in cui ogni uomo, di qualunque epoca o provenienza, è messo nelle condizioni di ri-conoscersi, di sentire un brivido eterno, di sfiorare la propria essenza. Parafrasando un celebre titolo di Benedetto Croce, si direbbe che “non possiamo non dirci romani”, nella misura in cui la Caput Mundi appartiene a tutti gli uomini, indistintamente.

I cinquanta saggi di argomento romano presenti nel volume consentono un percorso in certo senso esemplare di attraversamento delle multiformi stratificazioni che, dal mondo antico a oggi, la cultura ha lasciato nel tessuto storico dell’Urbe, con particolare afferenza al rapporto che con essa hanno intrattenuto – talora soggiornandovi – personaggi, artisti e scrittori, tra cui Dante, Petrarca, Aretino, Goethe, Gogol, Stendhal, Joyce, Nietzsche, Tagore, Ungaretti, Palazzeschi, Pavese, Malaparte, Calvino, Gadda, Pasolini; e al modo in cui Roma ha lasciato tracce nelle loro opere. Perché Roma rivela l’uomo a se stesso: la luce e il senso della sua Storia. Essere “romani” finisce così per costituire un attributo dell’essere umani.

«Joyce odiò Roma. Gli bastarono sette mesi e sette giorni di soggiorno, dall’agosto 1906 al marzo 1907, per averne a noia l’atmosfera, la confusione, la dispersività. Va detto però che la parentesi romana – una sorta di esilio nell’esilio triestino – coincide con il periodo più buio e desolato della sua vita. Il concetto negativo che si fece dell’Urbe (gli dava da pensare a «un uomo che si mantenga col mostrare ai viaggiatori il cadavere di sua nonna») risente sicuramente di questa fase depressiva, a livello personale; nonché, a livello familiare, dell’insofferenza manifestata dalla compagna Nora Barnacle, che a Roma si sentì afflitta da una profonda solitudine. Lo sguardo di Joyce, dunque, era incupito, livido, condizionato negativamente da alcune circostanze che gli impedivano una “lettura” libera e impregiudicata dell’esperienza: non era, insomma, nelle condizioni spirituali e materiali per viverla con la necessaria serenità di giudizio …».

«Tra le città “visibili” di Italo Calvino, Roma è quella con cui intrattiene il rapporto più inquieto e problematico. Non che ci tenga così tanto, poi, al punto di soffrirne. C’è, piuttosto, una sorta di velo opaco e anaffettivo di lontananza, quasi un distacco sordo, di vaghi e imprecisabili dissidi, e un ingombro misterioso di forze, a contrasto, che finiscono ogni volta per sovrapporsi alla percezione reale della città, impedendogli di apprezzarla e/o di entrarci in sintonia. Non si dà mai il caso che Roma lo affascini, oppure lo sorprenda oltremisura: la guarda sempre con atteggiamento freddo, razionale, diffidente, di lucido disincanto e, al limite, di rassegnata sopportazione. A Roma gli capita di andare con frequenza, e poi anche di vivere; ma non per vocazione o convinzione…».

«Roma, nel bene o nel male, rappresenta molto per Pavese. È l’“altra” città: il polo alternativo alla “sua” Torino. Diversissima da questa, e per opposti versi affascinante. Un gorgo che lo respinge, certo, ma di cui non può evitare l’attrazione. Il rapporto pavesiano con l’Urbe, infatti, non fa eccezione alla natura sempre problematica dell’uomo e dell’artista, giocato com’è nell’ambigua alternanza di improvvise accensioni e altrettanti crolli delusivi, legati in genere alle travagliate vicende sentimentali che ovunque lo accompagnano; crolli che magari preludono a nuovi ritorni di fiamma: insufficienti, tuttavia, a rovesciare il tono di un’adesione mai completa, come inibita da un’ombra permanente di “sospetto”, specie nei confronti dello “spirito” che la città incarna e ai suoi occhi manifesta. Non riesce a prescindere dall’onta che la macchia quale città di Regime, cioè a “leggerla” e, da un certo punto in poi, a “viverla” se non alla luce della sua superficiale «effervescenza politica», della sua «improduttiva euforia», dei suoi «echi di casino senatoriale». C’è una vena di qualunquismo, forse, e un accento di aristocratico distacco piemontese; sta di fatto che egli si pone, spesso e volentieri, su un livello di presunta superiorità rispetto alle cose dei “romani”, che tratta con aperto disprezzo allorché vi riconosca lo specchio stesso dell’Italia, un Paese «dominato da una Roma quasi del tutto fascistizzata…».

AUTORE - Marco Onofrio (Roma, 11 febbraio 1971) è scrittore e saggista. Per la critica letteraria ha pubblicato i volumi: Ungaretti e Roma (2008, Premio “Carver” 2009), Dentro del cielo stellare. La poesia orfica di Dino Campana (2010, Premio “Terzo Millennio” 2011) e Nello specchio del racconto. L’opera narrativa di Antonio Debenedetti (2011, Premio “Mario Pannunzio” 2013). È intervenuto in qualità di relatore in centinaia di presentazioni di libri e conferenze pubbliche. Ha partecipato come ospite a trasmissioni radiofoniche a carattere culturale presso Radio Rai, emittenti private e web radio. Ha pubblicato articoli presso varie testate, tra cui “Il Messaggero”, “Il Tempo” e “Lazio ieri e oggi”. Sue opere hanno conseguito riscontri critici a livello nazionale e internazionale. Tra i numerosi premi vinti, il “Montale” (1996), il “Farina” (2011) il “Città di Torino” (2013) e il “Viareggio Carnevale” (2013). Questo è il suo ventesimo libro. www.marco-onofrio.it

articolo pubblicato il: 30/03/2014

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