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il cinema di caino
"Un apprezzato professionista di sicuro avvenire" (1971)

Di Giuseppe De Santis

di Gordiano Lupi

Regia: Giuseppe De Santis. Soggetto: Giuseppe De Santis, Giorgio Salvioni. Sceneggiatura e Dialoghi: Giorgio Salvioni. Produzione: Film Nova. Realizzata da: Giuseppe De Santis, Giorgio Salvioni. Organizzatore Generale: Francesco Campitelli. Scenografie, Costumi, Arredamento: Giuseppe Selmo, Enrico Checchi. Montaggio: Adriano Tagliavia. Musiche: Maurizio Vandelli (dirette da Natale Massara). Fotografia: Carlo Carlini. Direttore Artistico: Giuseppe De Santis. Genere: Drammatico. Teatri di Posa: Cinestudi Dear. Interpreti: Lino Capolicchio, Riccardo Cucciolla, Robert Hoffman, Femi Benussi, Ivo Garrani, Nino Vingelli, Andrea Checchi, Yvonne Sanson, Massimo Serato, Luca Sportelli, Luigi Antonio Guerra, Anna Lina Alberti, Ugo Carboni, Luisa De Santis, Cesare Di Vito, Anna Maria Dossena, Vittorio Duse, Stefania Fassio, Eugenio Galadini, Letizia Lehir, Giulio Massimini, Enrico Papa, Winni Riva, Giovanni Sabbatini, Sergio Serafini, Pietro Zardini, Rory Criscuolo, Bruno Degni, Gabriele Bucci, Daniela De Simon, Cesare Di Vito, Claudio Giorgiutti, Giancarlo Piacentini, Toni Ventura, Bianca Mallerini Zardini.

Giuseppe De Santis (Fondi, 1917 - Roma, 1997) è un regista italiano molto interessante che a un certo punto della sua vita - non si sa perché - si trova ai margini del mondo del cinema. Apriamo l’indispensabile I Registi di Roberto Poppi (Gremese) per documentarci sulla sua attività. De Santis studia Lettere, Filosofia e Giurisprudenza, frequenta il Centro Sperimentale, si impiega come critico cinematografico preparato e competente. Sceneggia Don Pasquale di Camillo Mastrocinque, insieme a Gianni Puccini, ma soprattutto collabora con Luchino Visconti per Ossessione. Giorni di gloria (1945) è il suo primo lavoro da coordinatore tecnico, debutta alla regia con Caccia tragica (1946), film a tematica populista influenzato dal cinema sovietico e americano. Riso amaro (1948) è il film che lo rende popolare e immortale, di sicuro una pellicola neorealista ma sarebbe riduttivo non citare tutto il resto, dal melodramma al romanzo popolare, passando per erotico (Silvana Mangano nei panni di una mondina è stupenda!) e impegno sociale. Il melodramma è la cifra stilistica di De Santis, che prosegue la sua attività con Non c’è pace tra gli ulivi (1949) e il neorealista Roma ore 11 (1951). Cinema populista, di sicuro minore, sono Giorni d’amore e Un marito per Anna Zaccheo (1953). Altri film: Uomini e lupi (1955), La strada lunga un anno (1957) e La garçonnière (1960). Italiani brava gente (1963), girato in Russia, è il suo ultimo grande testamento spirituale, di cui firma soggetto e sceneggiatura. Una denuncia accorata del dramma della guerra firmata da un marxista scomodo che sta per essere messo da parte dal mondo del cinema. De Santis sente la nostalgia della macchina da presa e torna a girare un film fuori dalle sue corde come Un apprezzato professionista di sicuro avvenire (1971), che evidenzia reminiscenze populiste e melodrammatiche. De Santis viene rimosso dal cinema italiano, rifiuta di girare western, firma insieme a Bruno Bigoni il mediometraggio Oggi è un altro giorno (1995), che sarà la sua ultima collaborazione prima di morire dimenticato (1997).

Un apprezzato professionista di sicuro avvenire è un poliziesco atipico, un film a tematica giudiziaria con implicazioni erotiche che cerca di seguire la moda del tempo, anche se il regista non rinuncia a parlare dei temi che gli stanno a cuore: proletariato, borghesia, disoccupazione, crisi della chiesa. De Santis produce il film insieme allo sceneggiatore Salvioni, pur di tornare a girare una pellicola dopo lo stupendo - ma pericoloso - Italiani brava gente (1963). Sarà il suo ultimo film.

In breve la trama. Lino Capolicchio è un affermato avvocato, ma anche il marito impotente di una sensuale Femi Benussi, che cede alle insistenze del ricco suocero (Garrani) e convince l’amico prete (Hoffman) a mettere incinta la moglie dopo averla drogata. Nascerà una bambina, ma la tragedia è in agguato. L’avvocato ucciderà il prete in crisi di vocazione trafiggendolo con la punta di un candelabro e tenterà di incolpare un disoccupato spiantato (Cucciolla). Finale imprevedibile. Il film venne bocciato dalla censura per le scene troppo spinte ma anche per una tematica ritenuta inopportuna, visto che si parlava di impotenza e di un prete che amava carnalmente una donna e finiva per rinunciare ai voti. I temi forti di De Santis sono in primo piano, il tentativo di costruire un moderno melodramma sociale in parte riesce, anche se alcune sequenze da pura commedia sexy (bagno, massaggi e palpeggiamenti Capolicchio - Benussi) sembrano fuori luogo. La parte erotica non è preponderante ma è pur sempre importante nell’economia di una pellicola che si vede con piacere anche per apprezzare la sensualità di Femi Benussi. Il regista sceglie la narrazione per flashback, facendo risaltare la stupenda fotografia di Carlini e sfruttando al meglio la suggestiva colonna sonora composta da Maurizio Vandelli dell’Equipe 84, che arrangia persino i Carmina Burana. Il passato si alterna al presente con spezzoni di vita giovanile dei due ragazzi che crescono nella campagna veneta in seno a due famiglie povere. Il futuro avvocato è figlio di un ferroviere (Checchi), mentre il padre del prete (Vingelli) non accetta la sua vocazione. Il personaggio del disoccupato disperato è ben tratteggiato da Riccardo Cucciolla, anche se risulta disegnato in maniera didascalica e De Santis estremizza troppo la sua consueta elegia della povera gente. Il regista condanna la corruzione e l’ipocrisia della borghesia con il personaggio del suocero spaccone che costruisce la carriera del genero ma pretende di essere assecondato nella richiesta di una nipotina. La pellicola mostra con dovizia di particolari il dolore dei genitori del prete, il rimorso del professionista, la sensazione d’impotenza durante la prima notte di nozze e l’amore della coppia borghese, nonostante tutto. De Santis confeziona un melodramma moderno, versione erotica, condito di elementi trasgressivi e psicologia spicciola. Ottimi primi piani, stupenda fotografia notturna e alternarsi di sensazioni forti quando si raggiunge l’apice della storia e il prete è incaricato di deflorare la sposa. Una pellicola costruita come un thriller drammatico che a tratti si trasforma in melodramma erotico. Non è il miglior lavoro di De Santis, ma la sua mano esperta e la bravura degli interpreti rendono interessante una storia che aveva tutte le caratteristiche per risultare fumettistica. Tra gli attori ricordiamo Claudio Giorgiutti, in arte Claudio De Molinis (pseudonimo che deriva dalla frazione natia Molinis di Tarcento, presso Udine), regista di pellicole classificabili come erotico - campagnolo: C’è un fantasma nel mio letto, Candido erotico, Tranquille donne di campagna... In una rapida sequenza appare anche l’attrice Stefania Fassio, molto cara a Polselli.

Rassegna critica. Marco Giusti (Stracult): “Cultissimo ultimo film di Giuseppe De Santis, tra melò ed erotico spinto. Allora ci apparve come un film assieme datato e fortissimo, di culto, ma anche assolutamente trash. Qualcosa di non ben definibile e comunque di strano nella produzione italiana”. Giovanni Buttafava (Il patalogo): “Solo De Santis è capace di trasformare in oggetto possibile di culto un genere che ne è la negazione: il cinema civile all’italiana”. Morando Morandini (due stelle di critica e di pubblico): “Giallo giudiziario più decadente che barocco, che sembra fatto per tornare un’altra volta su un set dopo sei anni di assenza (Morandini conta meglio, ce la puoi fare, erano otto!, nda). Fu, purtroppo, l’ultimo film di De Santis”. Pino Farinotti (tre stelle): “Fumettone riscattato dal mestiere del regista e dalla buona recitazione”. Paolo Mereghetti (una stella e mezzo): “Film fatto per la disperazione e la gran voglia di girare (Farassino) dopo otto anni di inattività, prodotto dal regista e dallo sceneggiatore Salvioni, cerca di adeguarsi ai mutati gusti del pubblico fondendo il filone giudiziario con quello sexy senza tradire i temi della propria ricerca. Tutto è però detto troppo esplicitamente (l’impotenza della borghesia, l’arte di arrangiarsi del proletariato, la crisi della Chiesa), e i personaggi diventano violente caricature o troppo palesi incarnazioni di un ruolo”. Merita la visione, date retta…
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articolo pubblicato il: 06/03/2014

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