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il cinema di caino
"A proposito di tutte queste signore" (1964)

di Ingmar Bergman

di Gordiano Lupi

Titolo Originale: För att inte tala om alla dessa kvinnor. Regia: Ingmar Bergman. Soggetto e Sceneggiatura: Erland Josephson, Ingmar Bergman. Fotografia: Sven Nykvist (Eastmancolor). Montaggio: Ulla Ryghe. Scenografia: P.A. Lundgren. Costumi: Mago. Trucco: Börje Lundh. Musica: Erik Nordgren, Charles Redland, brani da Suite n. 3 in C maggiore, Suite n. 3 in D minore di J. S. Bach, Adelaide di L. V. Beethoven, La Belle Hélène di Offenbach, Thaïs di Massenet, Yes! We have no bananas di Frank Silver e Irving Cohen. Suono: P. O. Petersson, Evald Andersson. Produzione: Allan Ekelund per Svensk Filmindustri. Distribuzione Italiana: INDIEF. Riprese: 21 maggio - 24 luglio 1963 (giardini di Norviken, Båstad, studi Råsunda, Stoccolma). Prima Proiezione: 15 giugno 1964. Durata: 80’. Origine: Svezia, 1964.

Interpreti: Jarl Kulle (Cornelius), Bibi Andersson (Bumblebee, Chimera nella versione italiana), Harriet Andersson (Isolde), Eva Dahlbeck (Adelaide), Karin Kavli (madame Tussaud), Gertrud Frid (Traviata), Mona Malm (Cecilia), Barbro Hiort af Ornäs (Beatrice), Allan Edwall (Jillker), Georg Funkquist (Tristan), Carl Billquist (un giovane), Jan Blomberg (reporter della radio inglese), Göran Graffman (reporter della radio francese), Jan-Olof Strandberg (reporter della radio tedesca), Gösta Prüzelius (reporter della radio svedese), Ulf Johanson, Axel Düberg, Lars-Erik Liedholm (uomini in nero), Lars-Owe Carlberg (autista), Doris Funcke, Yvonne Igell.

A proposito di tutte queste signore è una commedia brillante fortemente voluta da Allan Ekelund per conto della Svensk Filmindustri, poco amata da Bergman che la considerava un film minore, un divertissement, scritto insieme a un attore storico come Erland Josephson (non impegnato nel cast). Niente a che vedere con opere drammatiche e intense del calibro di Luci d’inverno (1963) e Il silenzio (1963), di poco precedenti, né con il successivo Persona (1966), lavori più sentiti e spontanei, senza dubbio più urgenti da un punto di vista intellettuale e profondamente bergmaniani. Il regista scrive parole molto dure su Immagini (Garzanti, 1992) nei confronti della sua opera: “Si fece solo perché la Svensk Filmindustri aveva bisogno di guadagnare. Quel che diventò poi - ossia un film completamente artefatto - è un’altra storia”. Il direttore della fotografia, Sven Nykvist, si trovò per la prima volta a realizzare una pellicola a colori, lo fece con grande tecnica, usando da vero maestro l’Eastmancolor, ma sul lavoro nutriva le stesse perplessità del regista. A suo parere Bergman non lasciò niente al caso, realizzò un prodotto tecnicamente esemplare, persino troppo perfetto, ma privo di anima. “Mi dettero 6.000 metri di pellicola solo per fare delle prove. Seguimmo il manuale alla lettera. Fu il nostro errore più grande. Mago (1926 - 2008, con Bergman da Una vampata d’amore - 1953, fino a The Image Makers – 2000, nda) realizzò dei costumi eccellenti, le scenografie erano ottime, sfruttavano in pieno ogni possibilità data dal colore, l’ambientazione nella villa neoclassica priva di difetti, ma il film sembrava morto”, afferma Nykvist nel suo libro Nel rispetto della luce. Cinema e uomini (Lindau, 2000).

Forse Bergman e Nykvist sono troppo duri nel criticare un’opera che - pur restando minore nell’economia della produzione del maestro svedese - presenta elementi di sicuro interesse. Il film critica il rapporto dialettico tra critico e artista, ironizza in maniera efficace e usa un velenoso sarcasmo per demitizzare la figura del genio e per descrivere la macchietta del critico arrogante. La commedia è ambientata negli anni Venti. Cornelius (Kulle) è un critico che si reca alla villa neoclassica di madame Tussaud (Kavli), dove vive e lavora il grande violoncellista Felix (una sorta di Godot che non si vede mai in volto), contornato da tutte le sue donne. Il critico vorrebbe scrivere la biografia di un genio, ma in cambio dell’immortalità che la sua opera garantirà, vuole che il musicista esegua un’opera mediocre da lui composta (Sogno di pesce o Astrazione 14). Bergman ci presenta in maniera molto spiritosa e grottesca la moglie Adelaide (Dahlbeck), ma anche le cinque amanti: Chimera (Bibi Andersson), Isolde (Harriet Andersson), Traviata (Fridh), Cecilia (Malm) e Beatrice (Hiort). Il personaggio più caricaturale resta il critico Cornelius, pieno di boria e supponenza, ma sempre pronto a infilarsi nel letto delle amanti del maestro. Bravissimo Jarl Kulle a tratteggiare il suo carattere - quasi una macchietta - servendosi di tic e mossettine che fanno parte del suo patrimonio recitativo. Comicità slapstick, da cartone animato, ma anche citazioni dalle comiche del periodo muto a base di torte in faccia e di divertenti qui pro quo che vedono protagonista lo sciocco critico munito di una lunga penna d’oca e di un quaderno. Il nerbo del film sta tutto nelle disavventure fumettistiche del critico e in alcune parti da pochade costituite dagli incontri erotici con le amanti del violoncellista che vivono nella villa. Il critico scambia il maggiordomo per Felix, rischia di far cadere una statua, sfugge a un colpo di pistola sparato da una donna gelosa, fa esplodere fuochi d’artificio, si traveste da donna… insomma, ne combina di tutti i colori. Purtroppo il maestro muore proprio il giorno in cui Cornelius lo aveva convinto - nonostante la contrarietà della moglie - a suonare la sua pessima composizione. Il finale vede il critico in primo piano mentre illustra a tutti la sua opera biografica, ma il capitolo sulla vita intima del maestro è scomparso, perché la moglie l’ha trafugato. Il potere del critico d’inventare fenomeni - insieme al gruppo di donne rimaste vedove - resta immutato, perché Cornelius decide di occuparsi di un giovane violoncellista e di farlo diventare famoso. Divertente e originale l’ultima sequenza con Cornelius intento a scrivere la nuova biografia mentre dice, rivolto al pubblico: “Il film è finito”.

A proposito di tutte queste signore è un grande investimento per la Svensk Filmindustri, un milione e settecentomila corone svedesi, ripagato dal buon successo commerciale. Un film che ha come elemento portante la critica viscerale nei confronti dello strapotere dei critici, messi alla berlina utilizzando la macchietta ridicola e maligna di Cornelius. Satira e sarcasmo verso i critici che costruiscono il successo degli artisti, ma anche sberleffo contro il narcisismo e il profondo egoismo degli artisti. La vanità fa parte tanto del patrimonio negativo del critico quanto dell’artista, visto che quest’ultimo tenta di emularlo anche nel campo delle conquiste femminili oltre che in quello della musica. Straordinaria la fotografia a colori, ottimi i costumi, stupenda la location e la scenografia, divertenti le coreografie che intervallano la recitazione con gli attori che spesso sembrano impegnati in una grottesca commedia musicale. Bravissimi gli interpreti, istrionici al punto giusto, ma su tutti svetta il protagonista maschile, Jarl Kulle, sempre sulla scena con una caratterizzazione comica del personaggio ai limiti dell’eccesso. A tratti ricorda Groucho Marx, specie quando si aggira per le stanze con un sigaro cubano tra i denti, ma anche Ridolini, Stan Laurel e Oliver Hardy, quando mette in scena ridicoli inseguimenti con l’avversario di turno. Gustosi i riferimenti al cinema muto, con le scritte ironiche: “Ogni rassomiglianza tra questo film e il cosiddetto mondo reale è da considerarsi un fraintendimento”, “Questi fuochi non vanno interpretati simbolicamente”… Da citare alcune affermazioni sarcastiche come: “Un genio è chi riesce a far mutare opinione a un critico”. Una commedia brillante, a metà strada tra farsa e commedia sofisticata, molto teatrale, leggera, girata quasi tutta in interni, senza complicazioni narrative. Un lungo flashback è l’espediente utilizzato per raccontare gli ultimi quattro giorni di vita del violoncellista. Ottime diverse parti oniriche, girate in bianco e nero, ma anche con una fotografia che modifica il colore stemperandosi in toni sempre più soffusi. La censura non è sbizzarrita sul film perché il regista si è più volte autocensurato, per esempio inserendo un tango al posto di un rapporto sessuale, anche se - in una sequenza successiva - un seno nudo malandrino esce fuori da una vasca saponosa, ma forse il censore era distratto. Bergman non si smentisce e realizza una commedia di donne, gineceo di un protagonista grottesco e di un’entità incorporea, ma fa capire che ancora una volta è interessato a esplorare il pianeta femminile, mentre riserva agli uomini il giudizio peggiore. Un film formalmente perfetto ma senz’anima.
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articolo pubblicato il: 09/01/2014

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