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editoriale
la coda alle cavalle
di T. Da Malacerna

Il 2014, stando a quanto promette Enrico Letta, dovrebbe essere l’anno della ripresa e dell’uscita dal tunnel della crisi, anche grazie ad operazioni di contenimento della spesa pensionistica ed all’abolizione delle Province.

La certezza dell’uscita dalla crisi nell’anno che verrà è un tormentone da quando Monti, alla fine del 2011, già vedeva nel 2012 l’anno della ripresa, anche grazie ad operazioni di contenimento della spesa pensionistica ed all’abolizione delle Province. La certezza fu poi procrastinata al 2013, ovviamente anche grazie ad operazioni di contenimento della spesa pensionistica ed all’abolizione delle Province. Le pensioni le hanno malmenate in tutti i modi, salvo quelle stratosferiche graziate dalla Corte Costituzionale, mentre le Province stanno ancora al loro posto.

Letta si dichiara ottimista sul fatto che si riuscirà ad evitare le elezioni di numerosi Consigli provinciali, magari sul filo di lana dei tempi parlamentari. Staremo a vedere, anche se si tratterà di trasformazione delle Province in enti di secondo livello, ovvero non elettivi, e non di soppressione, come sperano milioni di cittadini. In compenso il Governo ha nominato diciassette nuovi Prefetti, portando il loro numero a duecentosette, quasi il doppio del numero delle Province.

Questo 2014 comincia come quelli precedenti, con il PD che in Commissione Giustizia si sta adoperando per vanificare la riforma firmata Severino e con sindacati, lobby e conventicole che si mettono di traverso ad ogni timido tentativo di cambiare qualcosa. Il principe di Salina diceva che perché nulla cambi tutto deve cambiare; la nostra classe politica ha invece trovato la quadratura del cerchio, ovvero che perché nulla cambi niente deve cambiare. Ad eccezione del parco delle auto blu, che non va tagliato bensì rinnovato; è stato infatti bandito da poco un appalto per duecentocinquanta nuove vetture.

Un tempo c’era Berlusconi, il quale diceva che la crisi non esisteva, poiché vedeva i ristoranti pieni. Probabilmente si trattava di quelli di Porto Rotondo, poiché sembra più difficile che fossero pieni quelli ubicati in località più modeste. Sembrano essere passati i secoli. Ora, a parte altre disquisizioni su ristoranti o luoghi di svago o meno, nessuno sembra aver percepito che la situazione è insostenibile, che il welfare lo fanno le malconce famiglie. Queste ultime, tirate per la giacchetta da parenti disoccupati, da richieste di aiuto per donazioni a enti, onlus, canili, sono sempre più impoverite materialmente ma soprattutto moralmente. La generazione di chi è cresciuto nell’immediato secondo dopoguerra ha sognato un futuro foriero di speranza e di benessere; per un certo periodo ha goduto di un certo benessere. Ora che questo è svanito è incapace di riadattarsi alle privazioni. Colpevolmente non è stata in grado di formare una classe dirigente seria e responsabile ed ora si lecca le ferite ormai incancrenite. Che gli italiani siano maestri nell’arte di arrangiarsi è notorio, ma le sfide non sono più a livello di cortile o di campanile; il campo dove si gioca è molto vasto e gli strumenti non possono essere armi di fortuna. Se una minoranza è stata lungimirante ed ha investito sul piano culturale, la maggioranza annaspa nel pressapochismo e nella mediocrità, complice anche la mancanza di riforme strutturali che permette a chi detiene il potere di averne ancora di più. E non pensiamo ai politici ma ai burocrati che sono i veri marionettisti che tirano i fili a loro piacimento.

Nella novella decima della nona giornata del Decameron Boccaccio narra di donno Gianni che diceva di saper trasformare le donne in cavalle per godere delle grazie di comar Gemmata, moglie di compar Pietro, e di come quest’ultimo si fosse opposto all’apposizione della coda, rovinando l’incantesimo. Nell’Italia di oggi ancora milioni di persone si ostinano invece a credere che i nostri governanti abbiano a cuore il bene della collettività, mentre altrettanti sono convinti che basti la faccia pulita di Renzi per rimettere a posto il Paese. La speranza è di non ritrovarsi, anche nel 2014, in un modo o nell’altro tutti caudati. Buon anno.

articolo pubblicato il: 29/12/2013 ultima modifica: 30/12/2013

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