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cronache
premio Internazionale

a Walter Valentini

di Michele De Luca

L’ormai storico Premio Internazionale di Grafica Do Forni è giunto quest’anno alla sua ventottesima edizione, confermando ancora una volta la continuità della grande tradizione dei “Ristoranti dell’Arte” a Venezia. Come da vari anni, la manifestazione è realizzata con la collaborazione della Fondazione Musei Civici di Venezia che riconosce questo Premio come un importante appuntamento d’arte dell’inverno veneziano. L’apposita commissione, coordinata da Enzo Di Martino, ha deciso di attribuire il Premio di questa edizione all’artista marchigiano Walter Valentini. La manifestazione, come per le precedenti edizioni, prevede due piccole mostre: alcune grandi opere grafiche verranno esposte a Ca’Pesaro e nei locali del noto ristorante veneziano. La cerimonia di premiazione, alla presenza dell’artista e delle personalità culturali e istituzionali di Venezia, si terrà a Ca’ Pesaro il 28 novembre.

Nato a Pergola (Pesaro) nel 1928, si forma a Roma, allievo di Consagra, Turcato e Cagli, e Milano, dove ha come maestri tre protagonisti del Razionalismo astratto, Luigi Veronesi, Max Huber e Albe Steiner. Ad Urbino frequenta la Scuola del Libro e si specializza in litografia con Carlo Ceci. Si stabilisce a Milano nel 1955, dove la prima grande mostra si tiene nel 1974 alla Galleria Vinciana, presentata in catalogo da Guido Ballo. Nel capoluogo meneghino ha svolto anche un’intensa attività didattica, insegnando arte dell’incisione alla Nuova Accadmia di Belle Arti, di cui è stato anche direttore dal 1983 al 1985.

Particolare rilievo hanno le mostre dedicate alla grafica: l’esordio a Venezia nel 1955 (Iª Biennale dell’Incisione Italiana Contemporanea). Proprio a Venezia, che ora, con questo prestigioso Premio, costituito nel 1986, vuole significare un ambito riconoscimento alla sua lunga e intensa carriera di pittore, scultore e incisore, riconosciuto a livello internazionale nel campo della grafica e dell’incisione come maestro di tecniche quali l’acquaforte, l’acquatinta, la puntasecca, la litografia a più colori e la calcografia. Le sue opere sino caratterizzate da un preciso senso della geometria, delle proporzioni e del ritmo; ma egli si è detto “fermamente convinto che “anche con la geometria si può fare della poesia”.

L'immaginario geometrico di Valentini risente delle influenze delle avanguardie russe del Novecento (il Costruttivismo) e, marginalmente, delle architetture dipinte da de Chirico nel periodo metafisico, ma si fonda soprattutto sul senso di armonia e di proporzione indagato da artisti come Leon Battista Alberti, Piero della Francesca e Luca Pacioli), che orienterà tutta la ricerca di Valentini sullo spazio, le forme e il loro equilibrio, anche se egli più che accettarlo supinamente, lo porrà in discussione. Anche 1’astronomia e la cosmografia saranno per Valentini importanti fonti di ispirazione; il suo approccio all’architettura e alle meccaniche celesti è matematico e rigoroso, ma non privo di una sua poesia. Schivo e lontano da scuole, correnti e gruppi artistici, Valentini ha sempre dichiarato la sua ammirazione per i lavori di Paul Klee, Fausto Melotti e del conterraneo Osvaldo Licini, coltivando in particolar modo l’amicizia di artisti come Luigi Veronesi, Emilio Scanavino e Hans Richter; egli porta nella visione del cielo lo sguardo originario delle Marche, dell’infinito leopardiano; esplora la finitezza dell’esistenza con una modernità di strumentazioni tecniche ed espressive. Il suo viaggio ha una circolarità nei colori, dal bianco al nero, dal giorno alla notte, con lontananza d’azzurro e assenze del grigio. Suo è il colore oro, che sta a indicare con le sue parole “il colore della mente e dell’anima”.

L’artista pesarese – come ci spiega Enzo di Martino – è un architetto di spazi mentali e di città fantastiche che esercitano perciò, sui riguardanti, il fascino dell’immaginario matematico e della pura astrazione, in una parola dell’attrazione dell’utopia”; che si manifesta “fin dall’aspetto processuale della sua opera incisa che, dalle rigorose scansioni delle campiture di acquatinta è giunta a far diventare la stessa carta elemento strutturale delle immagini. Valentini pare cioè annullare il passaggio che va dall’incisione della lastra all’impronta sulla carta e sembra che il gesto incisorio sia effettuato direttamente sulla stessa carta. Ciò avviene in una strategia espressiva che considera la luce e la materia gli elementi per mezzo dei quali i segni e le tracce prendono consistenza e diventano un evento visivo autosufficiente e clamoroso”. Lo spazio nell’opera di Valentini è in effetti una “armoniosa struttura artificiale” e la sua lacerazione successiva ha perciò il significato di mettere in crisi le regole della classicità.

E’ d’altra parte proprio in questa operazione de-costruttiva che Valentini, come ci dice ancora Di Martino “deposita sull’opera l’impronta originale e riconoscibile del suo passaggio, impedendo che il bianco siderale della materia si raffreddi come una reliquia”; egli cioè “organizza a questo proposito una sorprendente situazione di “precarietà visiva” fatta dal contrasto tra l’algòre abbacinante dei bianchi e l’intensità dei segni neri incisi a punta secca. E’ del resto per tale via che l’artista mette in atto un processo di percezione dell’immagine nel corso del quale accade che la valenza storica dei riferimenti sale in superficie mentre l’attualità del suo procedimento tecnico scivola in profondità”.

Valentini sa bene che l’arte si nutre della storia dell’arte, ma, pur avendo uno sguardo rivolto al passato, egli rimane un artista del suo tempo, impegnato com’è da sempre a realizzare dissonanze armoniose che rispondono a regole proprie che non reclamano alcuna giustificazione, come avviene di vedere nel “rigore della geometria” in Mondrian, o nel gesto clamoroso di Fontana che azzera ogni funzione narrativa dell’arte. Le sue immagini si manifestano nel segno forte di una fantasia che, in definitiva, persegue semplicemente il raggiungimento di un effetto poetico.

articolo pubblicato il: 22/11/2013

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