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editoriale
Ahi serva Italia
di Carla Santini

Un Ministro delle Finanze, ma forse era del Tesoro, nei primi anni Settanta del secolo scorso fece ridere l’intero Consiglio dei Ministri proponendo il rifinanziamento di una legge a favore dei reduci delle battaglie risorgimentali. Qualcuno gli fece poi notare che avrebbe dovuto cambiare il titolo della legge e infarcire la stessa di corposi riferimenti legislativi per raggiungere lo stesso scopo senza far capire di che si trattasse.

Nei primi anni di questo secolo, invece, un deputato di quelli che contano infarcì di riferimenti legislativi un decreto che correva in soccorso di una popolazione colpita da una grave evento naturale (che in altri Paesi avrebbero, tra l’altro, tranquillamente prevenuto) facendo in modo che un Dicastero che nulla aveva a che vedere con le calamità vedesse prorogati tutti gli incarichi dei suoi dipendenti all’Estero, che era proprio quello che l’ancor oggi importante politico voleva.

Quello che sta accadendo in questi giorni in Parlamento ricorda un po’ queste storie passate. Il Governo Monti fece un decreto che prevedeva il commissariamento dei consigli provinciali in scadenza nel 2012; venne poi un secondo decreto, che prorogò il commissariamento nel 2013. Venne infine l’articolo 12 del decreto legge 14 agosto 2013 intitolato "Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province" - che prolungò ulteriormente tale regime fino a giugno 2014. Un emendamento del deputato del PD Gianluca Bressa toglie la data di giugno 2014 al decreto, fissandola al 31 dicembre 2013.

Sull’argomento si sono scontrati alcuni politici, alcuni dicendo che quanto previsto da Monti non è in discussione perché il Parlamento troverà il modo, entro il 31 dicembre, di rinnovare il commissariamento di alcune Province, altri che si tratta della sotterranea volontà di salvare le province.

Cosa c’entri il femminicidio con le province lo sanno loro, a meno che non si siano rifatti a nostro padre Dante quando scrisse: “Ahi, serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di province ma bordello!” (Purg. VI 75-78). Sarebbe qui il caso di aprire una parentesi, perché in latino foemina indicava la femmina degli animali, mentre quella degli uomini era indicata con mulier, vocabolo dal quale è derivato lo spagnolo mujer ed il portoghese mulher, ma anche l’italiano moglie, ma nella nostra lingua inteso solo nel senso di sposa. In latino la signora era indicata con il termine domina, dal quale l’italiano e lo spagnolo donna ed il portoghese dona. Tutto questo per dire che invece dell’orribile femminicidio si potrebbe usare muliericidio o donnicidio, ma tant’è.

Per tornare all’inizio, potrebbe accadere che a nessuno importi, in Parlamento, dell’abolizione delle province, le quali sono fonti di potere, con tutti gli enti e le varie direzioni a carattere provinciale. Tutti si sono affannati a dichiarare che il decreto così com’era poteva incorrere nella scure della Corte Costituzionale (della quale fa parte da pochissimo l’ineffabile Giuliano Amato), ma di star tranquilli che tutto si aggiusterà. Conoscendo i nostri politici, siamo invece tranquilli che ben presto si voterà anche per le province “commissariate” e che prima o poi ne arriveranno altre, alla faccia della spending review e degli ingenui che sperano in un’Italia migliore.

articolo pubblicato il: 07/10/2013

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