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editoriale
militari e potere
di Lf

La gestione del deposto presidente egiziano Morsi sembrava aver riabilitato l'antico regime dei militari nato nel 1952 e considerato fino a poco tempo fa irrimediabilmente corrotto, ma quanto sta accadendo nel Paese non fa ipotizzare che si possa tornare al passato in tranquillità.

Oggi il leader del golpe e nuovo vice primo ministro, oltre che ministro della Difesa, generale Al Sisi, appare in manifesti al lato di Nasser e Sadat. Undici dei trentaquattro ministri del nuovo gabinetto sono figure importanti del vecchio partito degli ufficiali, dissoltosi nel febbraio del 2011 dopo il trionfo della rivolta. La traumatica esperienza del governo dei Fratelli Musulmani sembra aver convinto i settori laici egiziani della necessità che la nuova Costituzione proibisca i partiti politici religiosi. Ma il ritorno al passato può significare solo cattive notizie per l'Egitto e gli altri Paesi arabi che hanno fatto parte della cosiddetta Primavera araba..

Le condizioni descritte nel Rapporto 2002 sullo sviluppo umano arabo delle Nazioni Unite furono provocate dal dirigismo economico e dall'autoritarismo. Il Rapporto concludeva che i mali della regione erano radicati nell'alto tasso di analfabetismo (il 35% in Egitto), mediocri sistemi educativi, mancanza di creatività ed apertura intellettuale e marginalizzazione delle donne.

In Egitto, come in Siria, il ruolo dei militari - un vero e proprio Stato nello Stato - non è estraneo al circolo vizioso del sottosviluppo. I militari egiziani controllano un impero economico responsabile del 40% del PIL, con società che si estendono in diversi settori, spesso in condizioni di monopolio, in un sistema progettato in funzione del controllo politico e non della produzione. Tra il 2006 ed il 2010 l'economia egiziana è cresciuta ad un tasso medio del 6% annuo, ma la crescita ha peggiorato la disuguaglianza sociale.

Il 70% dei novanta milioni di egiziani vive di agricoltura ma nonostante ciò il paese produce meno della metà degli alimenti consumati dalla sua popolazione. I più poveri sopravvivono grazie ai sussidi per i prodotti di base ai quali il governo dedica venti miliardi di dollari all'anno, una quarta parte del bilancio e perciò responsabile dell'insostenibile deficit che raggiunge il 15% del PIL.

Il deficit commerciale è stato di venticinque miliardi di dollari nel 2010, a fronte di dieci miliardi nel 2006. Quando Morsi ha tentato di introdurre un'imposta sul consumo per rispettare le condizioni dettate dal Fondo Monetario Internazionale per concedere un prestito di quattro miliardi ed ottocento milioni di dollari, le proteste lo hanno obbligato ha ritirare la misura immediatamente. Grazie agli aiuti di dodici miliardi di dollari concessi dall'Arabia Saudita e gli Emirati del Golfo - dato che gli immigrati egiziani rimettono ai propri parenti diciotto miliardi di dollari annuali - il paese non si vedrà obbligato a dichiarare default del suo debito estero. Il nuovo governo ha già annunciato che non cercherà un prestito del FMI prima della fine dell'anno, il che spiega la sua reticenza ad applicare riforme strutturali impopolari.

La disoccupazione è del 13% ma probabilmente è intorno al 40% se si tiene conto del lavoro nero, un cocktail esplosivo in un Paese in cui la metà della popolazione ha meno di venticinque anni.

La situazione siriana è simile. La pessima gestione delle risorse idriche - aggravata dalla siccità - portò l'agricoltura al collasso ed ha provocato dal 2006 l'esodo dai campi - tre milioni di persone - verso città poco preparate a ricevere tutta questa gente. Nel 2007 il 12,3% dei siriani viveva in estrema povertà ed il 33% era povero. Quando nel 2008 il governo eliminò i sussidi ai combustibili, i loro prezzi triplicarono. La rivolta sociale era inevitabile. Dall'inizio della guerra civile l'economia si è contratta del 35%. La lira siriana, che era valutata quarantasette lire per dollaro nel 2010, sta ora a trecento lire per dollaro al mercato nero. Secondo alcuni analisti, il tasso di inflazione attuale sfiora il 90% mensile. Il turismo, che rappresentava il 12% del PIL, è praticamente scomparso.

A ben vedere, tutto è iniziato quando Nicolas Sarkozy pensò bene di cavalcare il malcontento in Tunisia e Libia per far fuori Gheddafi che privilegiava l’Italia nei rapporti commerciali, trascinando con sé la NATO e con la NATO la stessa Italia che con la scomparsa di Gheddafi aveva solo da perdere. Ma i Governi italiani sono storicamente accostumati a cambiare campo e quello di Berlusconi non ha fatto eccezione. Se il Nordafrica diventerà un grande Iran si dovrà solo ringraziare Monsieur le (ex) President e coloro che non sono stati capaci di farsi sentire.

articolo pubblicato il: 15/08/2013

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