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cultura
da Veio a Rio

arte etrusca in Brasile

di Riccardo Fontana

Veio era popolata già nel sec. IX a.C. e ancor prima nell’era del bronzo; gli etruschi, provenienti dalla penisola anatolica, occuparono quella regione del sud dell’Etruria e centro del Lazio e edificarono la loro opulenta capitale nel sec. VIII a.C. essendo la più vicina a Roma tra le città stato della confederazione etrusca (a 15 km. dalla odierna capitale italiana). Il suo nome proviene da Vei ossia, la dea etrusca dell’agricoltura, essendo stata molto prospera in produzione agricola e allevamento del bestiame, dato che disponeva di efficiente rete idrica per l’irrigazione captata in gallerie sotterrane dei fiumi delle sue pianure mentre controllava la riva occidentale del Tevere (ripa veiente), in continuo attrito con Roma sin dai tempi di Romolo, il suo mitico fondatore nel sec. VIII a.C.

Roma nacque nel 753 a.C. secondo Tito Livio (Annales ad Urbe condita) e fu dominata dagli Etruschi in termini politici, tecnologici e culturali in tutto il suo periodo monarchico, fino al 509 a.C. Il suo nome verrebbe dalla sposa di Enea, profugo dell’incendio di Troia, o dalla parola etrusca Rumon que significa Fiume, con riferimento al futuro Tiber-Tevere. Per quattro secoli Veio lottò contro Roma essendo scoppiate ben quattordici guerre in due secoli, per il controllo dei campi, dei fiumi, delle saline alla foce del Tevere e per il dominio strategico del territorio del Lazio centrale. Poi, fu rasa al suolo nel 396 a. C. dal console romano Furio Camillo, dopo dieci anni di assedio, restando ancora oggi visibili le sue mura colossali con pietre vulcaniche quadrate.

Maestosi furono i suoi templi e raffinata fu la sua arte e la sua architettura tanto che é rimasta famosa per la statua di terracotta policroma del dio Apollo scolpita da Vulca, l’unico nome conosciuto di artista nel mondo etrusco. Questa magnifica statua, che affascina per il sorriso enigmatico e per la bellezza plastica, é conservata nel Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma, essendo questo il maggiore e più importante dei musei etruschi italiani. L’opera é del finale del VI sec. a.C., fu trovata nel 1916 e restaurata nel 2004

Nel 2006, fu scoperta in una necropoli nelle vicinanze di Veio, la tomba chiamata delle Anitre e dei Leoni dell’inizio del sec. VII essendo più antica della tomba dei Leopardi a Tarquinia e considerata la più antica del Mediterraneo. Gli scavi a Veio cominciarono dopo alcuni ritrovamenti nel sec. XVI e continuarono all’inizio del sec. XVII con Luca Holstenio e Famiano Cardini che effettuarono ricognizioni nel suo territorio. Verso la metá del sec. XVII, le ricerche proseguirono col cardinale Flavio Chigi e i materiali votivi anatomici incontrati furono trasferiti inizialmente nelle collezioni della famiglia Medici e poi al Museo Etrusco di Firenze. Le attività archeologiche ripresero in epoca napoleonica e proseguiranno nel sec. XIX grazie a Secondiano Campanari, Luigi Canina, al Marchese Campana e ai Chigi. Esse continuarono nel finale del sec. XIX ed anche durante il sec. XX ma ancora oggi si calcola che appena la metà dell’antica città etrusca e delle sue tombe siano state scoperte.

Ma è necessario mettere in rilievo che i primi scavi sistematici nelle necropoli di Veio, furono quelle realizzate nella parte nord della città, tra il 1839 e il 1842, per conto della Regina di Sardegna, sposa del Re piemontese e suo cugino, Carlo Felice di Savoia a Torino, Maria Cristina Bourbon, nobile napoletana e zia di Teresa Cristina. Si rende opportuno delucidare, inoltre, che a partire dalla conquista romana e in epoca medioevale, il nucleo urbano presso l’antica città etrusca di Veio si identificò con l’Insula Veiente, poi chiamata Isola Farnese (proprietà del nobile Alessandro Farnese). Il castello omonimo con le sue dipendenze territoriali passò in diverse mani fino ad, essere acquistato nel 1820 dalla principessa Marianna di Savoia, duchessa di Chablaise. Possedimenti questi in seguito trasferiti per eredità dopo la sua morte, nel 1824, alla principessa Maria Cristina, successivamente Regina di Sardegna (Piemonte). Essa, a sua volta, trasferì le proprietà di Isola Farnese e di Vaccareccia, nei dintorni di Veio, a Teresa Cristina, entrambe con le loro necropoli etrusche nelle rispettive zone rurali.

La zia di Teresa Cristina, la Regina Maria Cristina Borbone-Savoia, senza figli e vedova, si dedicò alle belle arti e antichità affidando i lavori archeologici all’architetto e archeologo Luigi Canina. Questi realizzò tra il 1839 e il 1840, per suo ordine e con i suoi finanziamenti, gli scavi a Tuscolo, antica città latino-etrusca, nella Villa Tuscolana detta La Ruffinella presso Frascati, nei castelli romani. Queste attività vicino a Roma, furono frutto dei suoi investimenti culturali e finanziari e furono accompagnate personalmente dalla stessa Regina Maria Cristina. Esse furono concesse dal Papa Gregório XVI dal 1825 al 1839 rientrando le zone archeologiche nel territorio dello Stato Pontificio. La Regina Maria Cristina, fortemente appassionata di arti antiche e archeologia, organizzò e finanziò finalmente anche lo sviluppo degli scavi in tutta l’area urbana di Veio dove si trovavano le proprietà della sua famiglia.

Dopo la sua morte, nel 1849, sua nipote Teresa Cristina, principessa delle Due Sicilie e già in Brasile come Imperatrice, ereditò non solo in termini giuridici e materiali le antiche proprietà della zia nel Lazio, ma essenzialmente l’amore, l’entusiasmo e la dedicazione della sua parente dando prosecuzione a quelle attività archeologiche. Nel 1853, essa trasferì al Museo Nazionale di Rio de Janeiro alcune ceramiche e statuette di origine etrusca veiente e campana che ancora oggi devono essere meglio studiate e catalogate. Tra queste, risultano, secondo analisi fatta anni fa dalla professoressa di archeologia classica e allora direttrice del Museo di Archeologia e Antropologia dell’Università di San Paolo (USP), la brasiliana Haiganuch Sarian, 4 ceramiche etrusche d’impasto (per cottura e conservazione di alimenti), 49 vasi di bucchero (neri per cottura senza ossigeno) e 6 vasi dipinti, sommando 59 pezzi.

Secondo il Museo Nazionale di Rio de Janeiro, soltanto 20 di quei pezzi risultano illustrati e documentati. Sono disponibili anche alcuni vasi di bucchero con vernice nera, 19 ceramiche decorate senza immagini di origine etrusca-laziale e etrusca-campana, 34 statuette in terracotta e 16 testine votive di origine etrusca-italica. Altri oggetti sono custoditi nel Museo Nazionale di Belle Arti a Rio de Janeiro. Questi reperti furono trasferiti in Brasile insieme a vari altri pezzi romani, greci, greco-etruschi, etruschi-campani provenienti dal Reale Museo Borbonico di Napoli (oggi Museo Nazionale di Napoli) per volontà dell’Imperatrice con l’obiettivo di lanciare un ponte tra le grandi civiltà classiche mediterranee e la cultura indigena del Brasile, paese che aveva bisogno di consolidare la sua sovranità e coscienza nazionale favorendo scambi internazionali. L’operazione fu realizzata grazie all’impegno dell’archeologo Rodolfo Lanciani e di Francesco Vespignani, amministratore dei beni e procuratore dell’Imperatrice.

Teresa Cristina, principessa delle Due Sicilie e Imperatrice del Brasile (Napoli 1822- Oporto 1889) venne o Rio de Janeiro nel 1843 sposata per via diplomatica con Dom Pedro II, portando in dote 13 anfore romane di bronzo e due milioni di franchi. Per lei valevano più le anfore anziché il denaro. Essa portava pezzi provenienti dalla collezione della regina Carolina Murat, moglie del re di Napoli Gioacchino Murat e sorella di Napoleone Bonaparte, oltre a pezzi provenienti da Pompei e Ercolano, risultato degli scavi della sua famiglia sin dal secolo anteriore e che suo fratello, Ferdinando II Borbone, fece proseguire in entrambi i siti archeologi soddisfacendo poi la richiesta dell’Imperatrice di inviare altri reperti in Brasile.

Dopo le operazioni archeologiche a Veio del 1853, seguirono quelle del 1878 e del 1889, queste ultime interrotte per controversie legali (un bellissimo busto di Antinoo casualmente trovato in quell’anno, è conservato nel Museo di Belle Arti di Rio de Janeiro). Gli oggetti incontrati nella prima campagna nel 1853, furono frutto di concessione papale, incontrandosi allora quelle località del Lazio dentro lo Stato Pontificio. Mentre i reperti successivi dipendevano da concessioni del Regno d’Italia, essendo stati quei territori incorporati nel nuovo Regno sin dal 1870, quando Roma divenne capitale italiana, restando al Papa soltanto la città del Vaticano. Per i materiali scavati nella campagna del 1889, l’Imperatrice aderì alla richiesta di Luigi Pigorini di inviarli al Museo Pre-Istorico e Etnografico dI Roma.

Il golpe militare che fece cadere la monarchia brasiliana il 15 de novembre del 1889, con grande dolore, sorpresa e conseguente morte della propria Imperatrice, creò una serie di divergenze sul possesso di alcuni reperti e pezzi di collezioni presso i suoi eredi. Questi pezzi furono rimpatriati in Italia, essendo stati considerati esportazione illegale. Alcuni furono donati allo Stato italiano e sono conservati nel Museo Nazionale Romano, nel Museo Pigorini, nel Museo Etrusco di Villa Giulia e nel Museo Civico di Modena. Altri oggetti furono sparsi nel mercato antiquario e illegalmente acquistati dal Museo Louvre di Parigi. Il maggior complesso classico dell’America Latina contiene oltre 700 pezzi ed è specialmente costituito da oggetti di arte romana portati nel 1843, essendo la maggior parte nel 1853 e 1859 fino al 1889. Questo patrimonio artistico è conservato a Rio de Janeiro secondo la volontà della propria Imperatrice e per decisione di suo marito, l’Imperatore Dom Pedro II, che volle riconoscere il suo lo straordinario ruolo culturale denominandolo in suo omaggio “Collezione Teresa Cristina”. Egli lo donò legalmente allo Stato brasiliano mentre, pur in periodo repubblicano, le fu dedicato il nome della città di Teresopolis, vicino a Petropolis, entrambe in zona montagnosa a nord di Rio de Janeiro, unendo così per la posterità i nomi degli ultimi protagonisti della monarchia brasiliana.

articolo pubblicato il: 06/08/2013

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