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un grand'uomo discreto
di Salvador Aragonés

La beatificazione di Álvaro del Portillo, Prelato dell'Opus Dei, mi ha provocato una grande gioia, ancor più il fatto che sia stato riconosciuto il suo miracolo contemporaneamente all'annuncio della canonizzazione di Giovanni XXIII e di Giovanni Paolo II, due santi che con la loro azione pastorale hanno cambiato il corso della storia, tanto della Chiesa (il Concilio Vaticano II) quanto del mondo (la caduta dell’impero sovietico in Europa).

Álvaro del Portillo non è stato un uomo di prima fila da punto di vista mediatico. È stato una persona che ha servito la Chiesa passando inosservato e che ha fatto in modo durante tutta la sua vita di essere fedele, direi fedelissimo (come giornalista non mi piacciono i superlativi) alla Chiesa, al Papa (ai papi) e soprattutto al fondatore dell'Opus Dei, San Josemaría Escrivá, senza rumore. Era il suo modo di essere: servire, rimanere nell’ombra, servire con uno sforzo fino al limite dell’eroismo la Chiesa e concretamente il sacerdozio ed il laicato, come ha dimostrato con i suoi contributi, ancora poco conosciuti, nel Concilio Vaticano II. Ha seguito in questo caso il consiglio di San Josemaría di “servire la Chiesa, come la Chiesa vuol essere servita”.

Lo conobbi negli anni sessanta del secolo passato ed un dettaglio mi sorprese oltremisura. San Josemaría parlava con un centinaio di persone a Pamplona e in un momento e prima della domanda di uno dei partecipanti disse senza alzare il tono di voce: “Álvaro, dobbiamo rivedere quel certo punto dello statuto dell’Opus Dei”. Álvaro del Portillo si trovava a circa 25-30 metri da San Josemaría, in conversazione con altre persone e rispose: “Sì, padre”. Io pensai: “Lo avrà sentito”. In seguito mi resi conto da alcuni altro aneddoti simili che nonostante fosse stato occupato in altre faccende, il suo pensiero ed il suo cuore erano sempre uniti al Fondatore dell’Opus Dei.

Il giorno della morte di San Josemaría Escrivá, il 26 giugno del 1975, fui alla dece centrale dell’Opus Dei in via Bruno Buozzi a cercare qualche informazione o dichiarazione tra le persone che allora aveva la responsabilità del governo dell’Opus Dei, che ancora non era stata configurata come Prelatura Personale nonostante fosse nella strada giuridica verso questa formula canonica. C’era un giornalista decisamente critico nella sala d’attesa, vicino a me, al punto che stava per andarsene perché “ qui nessuno ci darà nessuna in formazione, già lo vedo, qui tutto è segreto”, affermò.

All’improvviso apparve la figura serena di Mons. Álvaro del Portillo, che era segretario generale dell’Opus Dei. Nessuno lo aspettava. Informò con tutti i dettagli come era trascorsa la giornata del fondatore quel 26 giugno fino al momento della morte. Mi sorprese la sua grande serenità e l’esattezza con cui raccontò i fatti fin nei particolari. Disse che al mattino era andato al centro che le donne dell’Opus Dei hanno nei dintorni di Roma, allora chiamato Villa delle Rose e parlò loro dicendo che “avevano anche anima sacerdotale”, come aveva stabilito il Concilio. Ci commentò che la Vergine lo aveva ascoltato quando le aveva chiesto che lo lasciasse morire senza disturbare i suoi figli, ed in effetti era morto repentinamente per un arresto cardiaco. Álvaro del Portillo mise anche in luce una virtù di San Josemaría: l’umiltà. Poi, con gran sorpresa di tutti, ci invitò a visitare il corpo di San Josemaría in quella che oggi è la Chiesa Prelatizia di Santa Maria della Pace, “per pregare con lui”, disse. Il santo era rivestito dei suoi paramenti sacerdotali, con una pianeta rossa ed aveva un viso felice. Noi giornalisti rimanemmo impressionati per la quantità di dati e per la trasparenza dell’informazione dataci su questa morte. Erano momenti – ce ne sono stati molti – nei quali l’Opus dei era criticato da alcuni mezzi d’informazione per la sua segretezza.

Il secondo momento storico che ricordo di Álvaro del Portillo fu una riunione che ebbe con un gruppo di fedeli dell’Opus dei il 12 settembre del 1975, alcuni giorni prima della sua elezione come nuovo Presidente Generale dell’Opus Dei, come era la denominazione di allora, non essendo ancora Prelatura Personale. Eravamo tutti stretti ad una uscita della sede centrale. La gran maggioranza di noi era sposata con figli, proveniente da diversi paesi, sebbene per buona parte italiani e catalani.

Álvaro del Portillo, con la capacità di sintesi che aveva, volle riassumerci a grandi tratti il seme, la dottrina che Dio, attraverso San Josemaría, volle seminare nel mondo. A noi sposati disse che la cosa migliore che abbiamo, la migliore “risorsa” di questo mondo era la famiglia. Per questo dovevamo amare moltissimo le nostre spose ed i nostri figli. Ci disse che eravamo “cofondatori” dell’Opus Dei e ciò ci obbligava a trasmettere “integro ed inalterato” un messaggio che era divino, di Dio. Ci chiese anche – tra molte altre cose - che ci raccomandassimo al Fondatore per quello che consideravamo il bene della Chiesa e per coloro che ci stanno vicini. Che cercassimo strumenti, azioni umane. Ci ricordò, infine, di seguire l’esempio del Fondatore, il quale aveva tre amori: Cristo, la Vergine ed il Papa.

Álvaro del Portillo, uomo di intelligenza e capacità di lavoro fuori dal comune, seppe vivere totalmente nascosto agli occhi del mondo. Sembrava che non facesse nulla e dava l’impressone che quello che faceva lo potesse fare chiunque. Sapeva stare tanto con un cardinale che con un bambino. Ricordo quando ricevette la mia famiglia, nel 1993. Una bambina di pochi anni disse qualcosa e noi, essendo piccola, non gli demmo importanza, ma don Álvaro sì e chiese che la ascoltassimo, perché era importante quello che voleva dire, o quantomeno era importante per lei.

Quando il 15 settembre del 1975 fu eletto presidente Generale dell’Opus Dei – allora ero corrispondente da Roma – volli conoscere l’opinione di vari cardinali ed alti prelati sulla sua figura. Rimasi enormemente sorpreso dal fatto che nella Curia fosse molto apprezzato per il lavoro svolto e per le sua grande discrezione e umiltà. Ricordo l’opinione del segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, mons. Jérôme Hammer. “In questa Congregazione non abbiamo opinioni, ma la speranza con non abbandoni il suo lavoro con noi”. Don Álvaro non li abbandonò. Ricordo anche la dichiarazione del cardinal Pignedoli: “È una persona straordinaria in tutti i sensi. Noi lo consideravamo già papabile come successore”.

articolo pubblicato il: 14/07/2013 ultima modifica: 30/07/2013

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